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giovedì 10 settembre 2026

I turchi giovani e l’invecchiata democrazia

  


Mentre Orhan, studente della Bilgi University di Istanbul, qualche mese fa s’è visto escluso dall’anno accademico da mane a sera, per ritrovarsi riammesso dopo tre giorni, Elif iscritta a un altro ateneo del Bosforo ha avuto una sorpresa ben peggiore: fermata per l’intera annata senza poter dare esami. Due casi differenti nella medesima Turchia d’oggi. Il primo è legato a un’inchiesta della magistratura che nel settembre 2025 aveva ordinato il sequestro delle società di Can Holding, attiva sul versante dell’energia, dei servizi sanitari, di media e comunicazione, turismo, e pure dell’istruzione. In quest’ultima branca risiede l’università citata, accademia privata è naturale, ma molto frequentata nella popolatissima Istanbul da giovani locali e pure stranieri. La Can e i suoi manager erano al centro di accuse gravissime: associazione a delinquere, contrabbando, frode, riciclaggio di denaro. Alcuni di loro sono stati arrestati, compresi i figli del fondatore Zamanhan, mentre le attività erano trasferite a un Fondo di Garanzia di Depositi di Risparmio. Certe funzioni proseguivano sotto questa direzione, altre, fra cui i corsi dell’università Bilgi, nel maggio scorso venivano sospesi. Poi tutto s’è misteriosamente risolto in una manciata di ore. La fortuna per Orhan è stata soggettiva. Lui e i colleghi non c’entravano nulla coi presunti illeciti di cui Can Group era accusato. S’erano iscritti alla Bilgi, potevano esserlo alle consorelle create da Koç Holding, Sabancı o Altınbaş Holding. Tutte università private e finanziate da famiglie miliardarie con produzioni e affari assolutamente simili: automotive, grandi e piccoli elettrodomestici, energia, banche, turismo, costruzioni, distribuzioni. Forse qualcuno fa gioielli, altri no, c’è chi è partito da Istanbul, chi da Gazantiep. Le università sono le loro perle perché si mira a forgiare lì la classe manageriale. I giovani che possono, con aiuti di famiglia più che dello Stato, le scelgono perché quei corsi di laurea vantano consistenti legami aziendali internazionali che offrono una marcia in più verso ogni sorta di dirigenza.

 

Alla studentessa Elif, un nome che simboleggia eleganza e semplicità, è andata molto peggio: è finita addirittura nel mirino dell’antiterrorismo. Il 1° maggio del 2025 assieme ad alcune compagne del movimento "Mille giovani per la Palestina", che fra l’altro contesta i commerci turchi con Israele, commerci esistenti sebbene da oltre un biennio il governo di Ankara abbia rescisso oltre l’80% degli scambi rinunciando a 5,6 miliardi di dollari di export e 1,9 miliardi d’import, volevano non mancare un raduno ormai impedito dall’epoca delle proteste di Gezi Park. Il gruppo decide di partecipare all’azione simbolo nei pressi di piazza Taksim. Per quell’anniversario il luogo è sempre presidiatissimo, la polizia in divisa e in borghese non permette incontri ai residuali dei gruppi della sinistra turca né ad alcun movimento. Elif viene intercettata prima dell’appuntamento. Tutta l’area è sottoposta a un ossessionante filtraggio d’ogni cittadino che passa. La fermano in una stradina di Beyoğlu. La tradisce la passione per la fotografia e una macchina non proprio minuta che viene immediatamente confiscata. Seguono la conduzione su un’autoblindo di servizio con annesse domande e manovre violente sulla sua persona. Quindi l’arresto e la detenzione per alcuni giorni, motivati da sospetta partecipazione a una manifestazione non autorizzata. Infine l’agognato rilascio. Fra paura e disagio non segue alcuna denuncia, giunge però una sorpresa comunicatale dal personale amministrativo della sua università. E’ una lettera dell’antiterrorismo dal seguente tono: “Il vostro studente partecipa a proteste vietate. Occorre avviare un’indagine interna nei suoi confronti”. Così lo Stato turco ordina all’università di svolgere una simile verifica nonostante non sia prevista da nessuna legge. Ma proprio alcuni universitari interpellati affermano che accademie, non importa se pubbliche o private, non s’oppongono a simili “suggerimenti” e diventano pure zelanti comminando, nel caso di Elif, un doppio semestre di sospensione degli esami. Insomma lo studente impegnato su questioni socio-politiche perde un anno, e il commento della giovane sanzionata è conseguenziale: “Cercano d’intimidirci anche con metodi subdoli. Lo fanno sottotraccia, inviando silenziosamente lettere e ordini alle scuole; in altri casi impongono divieti di viaggio, non solo per studio ma per semplice turismo”. Un certo repulisti per studenti “riottosi“ e schierati s’era verificato in parecchie scuole superiori nelle settimane successive le gigantesche proteste per l’arresto del sindaco di Istanbul, l’esponente repubblicano Ekrem İmamoğlu (marzo 2025). 

 

Lui era la carta che il Chp avrebbe dovuto giocarsi per le presidenziali del 2023 e che s’è trovato la strada sbarrata nel suo stesso schieramento dalle smanie, per giunta perdenti, del leader Kemal Kılıçdaroğlu e della sua tribù alevita. La prossima tornata del 2028 İmamoğlu rischia di non farla nonostante un’età relativamente giovane, attualmente è un cinquantaseienne. Motivo? La sfilza di tegole penali e amministrative che gli son piovute sulla testa durante l’incarico di sindaco della metropoli sul Bosforo. Un ruolo acquisito già nel 2019 e ripetuto con un secondo exploit contro un candidato della cerchia presidenziale, l’ex ministro Kurum. La doppia disfatta nella municipalità che Erdoğan ha sempre considerato cosa sua deve aver indisposto l’apparato del partito di maggioranza Akp, così nel 2025 è scattato il trappolone giudiziario: İmamoğlu è stato arrestato e incarcerato per aver inserito (questa è l’accusa) dei personaggi vicini al Pkk fra i funzionari degli uffici metropolitani. L’ex sindaco definisce l’inchiesta un complotto, di fatto deve difendersi assieme a circa 400 coimputati da svariati reati, quelli gravissimi di favoreggiamento di terrorismo e spionaggio, e corruzione per un totale di 2.400 anni di galera. Complessivi, ci mancherebbe, non tutti rivolti alla sua persona. L’interdizione dai pubblici uffici è scontata. Paradossalmente questo leader politico può finire fuorigioco soprattutto per una presunta acquiescenza verso elementi della comunità kurda proprio mentre lo Stato turco patteggia il colpo di spugna nei confronti del terrorismo di quella matrice. La legge votata in Parlamento a stragrande maggioranza il mese scorso (468 favorevoli, 88 contrari, 6 astenuti) denominata “Turchia senza terrorismo” porta a conclusione un percorso avviato due anni or sono coi colloqui fra lo storico capo kurdo Öcalan, incarcerato da 27 anni, e il leader nazionalista Bahçeli. Gli accordi decretano l’abbandono della lotta armata e la consegna degli arsenali da parte del Pkk e porterà alla liberazione d’un buon  numero di condannati per quei reati. Öcalan inizialmente no, perché l’elettorato forcaiolo turco, presente a macchia di leopardo nei partiti della coalizione di governo, dovrà digerire il pasto molto speziato offerto dal vecchio “lupo grigio”. Ma dopo la contropartita dell’accordo che prevede una restituzione di favori con cui i deputati kurdi nella Grande Assemblea Nazionale si predispongono a sostenere un’ennesima candidatura presidenziale per Erdoğan, gli animi s’ammorbidiranno anche sull’uscita di Apo dall’Alcatraz della Marmara, l’isola-galera di massima sicurezza di İmralı. 

 

Un perdono simbolico, atteso e praticabile, riguarda Selahattin Demirtaş. E’ il co-presidente e parlamentare del gruppo filo kurdo che negli ultimi quindici anni ha cambiato molte denominazioni per le continue messe al bando della sigla, oggi si chiama Dem Party, alla turca Halkların Eşitlik ve Demokrasi Partisi. Demirtaş sconta da un decennio la veste di leader d’una formazione pretestuosamente additata dalla magistratura quale braccio istituzionale dell’ambiente guerrigliero. Un teorema mai dimostrato che comunque alla fine del 2015 ha prodotto centinaia di reclusioni nel corso della furiosa repressione da parte dell’esercito di Ankara dei cantoni del cosiddetto Rojava sul confine turco-siriano (un conto parziale dichiarò 200 vittime civili, 243 militari, 257 militanti del Pkk). Eppure nel futuro presidenziale turco Selahattin potrebbe candidarsi, Ekrem no. Gli verrebbe vietato perché accanto ai citati guai giudiziari, gli viene contestata la validità della laurea (in Economia aziendale) conseguita a Istanbul dopo il trasferimento dall’Università americana di Girne, Cipro Nord, dove studiava Scienze delle comunicazioni. Con oltre trent’anni di ritardo sono state riscontrate talune irregolarità procedurali e queste impediscono a un candidato senza una normale laurea di correre per la presidenza. Pretesti. Che diventano la linea di condotta su cui galleggia l’attuale democrazia turca che democrazia può non essere per tutti. Ecco le amare riflessioni della studentessa in stand-by Elif: Ormai in Turchia puoi essere accusato di terrorismo per qualsiasi cosa. Non c'è limite, soprattutto se sei una figura dell'opposizione. Chiunque scenda in piazza per qualsiasi questione viene additato come terrorista. Ti racconterò di un episodio recente. Due mesi fa c'era un comico, per favore cercatelo, si chiama Deniz Göktaş che ha pubblicato una pièce su YouTube. Era incredibilmente divertente e scherzava sul governo usando l'umorismo, criticava un po’ tutti lanciando battute. Una riguardava il figlio di Tayyip Erdoğan, Burak. Nella battuta il comico diceva: "Mio padre non è un padre bravo come Erdoğan. Mio padre non mi nasconderebbe se uccidessi qualcuno." Il figlio di Erdoğan, Burak Erdoğan, ha causato per errore la morte di una donna in un incidente stradale e non ha ricevuto alcuna punizione. Deniz Göktaş è stato arrestato. È stato arrestato per incitamento all'odio e "propaganda terroristica". Anche un mio amico del movimento "Mille giovani per la Palestina" – un movimento di cui faccio parte anch'io – è stato arrestato per sostegno al terrorismo. Durante l'evento aveva tenuto solo un discorso sulla "pace per i kurdi". Era un discorso innocuo, eppure…” 

 

La schizofrenìa politica del governo e d’una parte del Paese che gli è fedele, può produrre l’incongruenza di punire un giovane turco che dice pace per i kurdi mentre c’è un reale piano di pacificazione e salvezza, come dichiara la legge sul rafforzamento della solidarietà nazionale. Certo, nell’ultimo decennio il clima interno è stato burrascoso. Subito dopo il ricordato conflitto a Cizre, Diyarbakır e dintorni s’è verificato il tentato golpe di luglio. 290 vittime, 1440 feriti, epurazioni a go-go per decine di migliaia fra militari, poliziotti, giudici, insegnanti, addetti alla pubblica amministrazione, giornalisti. Ovviamente non tutti implicati nel tentato colpo di mano ma probabilmente vicini al movimento che l’avrebbe ispirato, i fethullahçı di Fethullah Gülen. Questa la deduzione politica del presidente in persona, ex sodale dell’imam residente in Pennsylvania però con radici ben salde nello ‘Stato profondo’ della società turca e campione d’una soggettiva infiltrazione tantochè anche Capi di Stato d’altra epoca e sponda politica, dal conservatore Özal al sinistrorso Ecevit, l’avevano sostenuto. Magari senza flirtarci com’è accaduto a quel giocatore d’azzardo che è Erdoğan che con Gülen ha voluto prendersi la nazione, riuscendoci, per poi scaricarlo e rischiare di venire travolto da un pezzo dell’apparato della forza. In realtà un pezzettino, perché nella concitata notte di quel 16 luglio gran parte delle Forze Armate gli furono fedeli. E la popolazione ancor più. Ma se quei giorni e mesi produssero ben due anni di stato emergenziale (fino al 21 luglio 2018), il clima paranoico e repressivo che bolla come “terrorista” qualsivoglia espressione o manifestazione sgradita al potere è frutto di un’altra considerazione. La grande paura della piazza, proprio di Istanbul e a Istanbul. La piazza per antonomasia, Taksim, dove il sultano Selim III (1806) aveva una caserma. Il parchetto Gezi, creato dopo l’abbattimento kemalista di quella caserma, nel giugno 2013 aveva visto prima la ‘ragazza con un vistoso vestito rosso’ finita sui quotidiani di mezzo mondo poi centinaia di coetanei in tutte le fogge opporsi agli agenti che la recintavano per dare avvìo ai lavori di riproduzione dell’antico presidio. La protesta di Gazi Park s’allargò un giorno via l’altro, tracimò in colossali manifestazioni, pacifiche, quindi attaccate dalla polizia, con violenze crescenti e drammatiche conseguenze. Quattro morti fra i manifestanti, ottomila feriti, processi per oltre cinquemila attivisti e cittadini, un ergastolo a Osman Kavala, ritenuto il principale responsabile delle proteste e decine d’anni di reclusione ad altri. Per alcuni osservatori internazionali s’è trattato di uno degli esempi più eclatanti dell’assenza d’un sistema giudiziario indipendente e imparziale nella Turchia uscita dalle dittature militari. 

 

Da qui nascono le ‘fobie erdoğaniane’ di non lasciare spazi incontrollati alla popolazione, ancor più se giovane, applicando una selezione dei competitori politici, come pure dei colleghi di partito e di sistema. Pensiamo al ‘pensionamento’ prematuro e forzato dei sodali Gül e Davutoğlu, personaggi di primo piano dell’Akp. La dannazione d’una linea di condotta virata su un personalismo esasperato - peraltro assai di moda nell’universo politico mondiale - vede un leader non vecchissimo, Erdoğan ha ‘solo’ 72 anni, ma al comando da un quarto di secolo che continua a ritoccare i termini per rimanere legalmente al potere. Nessun impegno rivolto a figure di ricambio e nuove leve nella sua famiglia partitica e lotta serrata per intralciare con ogni mezzo gli avversari.  Inoltre la partita interna, che in questi anni ha visto spuntare come nel caso di İmamoğlu e d’un rifiorito Partito repubblicano gli stimoli per un’alternativa sostenuta dalla gioventù studentesca e non solo, trova nell’immensa sfera geopolitica l’ancoraggio sul quale colui che tutt’ora tanti turchi considerano ‘l’uomo del destino’ riesce a consolidare consenso. Soprattutto nell’attuale globo messo in subbuglio da guerre diffuse. Da queste Erdoğan riesce a cogliere opportunità riversate sul metaforico conto bancario della sua politica, per questioni strategiche: essere membro della Nato e tendere la mano agli sviluppi strategici della Cooperazione di Shanghai, utile ai risvolti economici sia quando si lanciano joint venture con l’Anatolia proposta come hub energetico, sia quando si vendono armi d’una potenziata industria bellica (Baykar, Aselsan, Bmc). E poi: la centralità della Turchia, identificata con la sua persona, sui tavoli di trattative delle aree di crisi. Durante la campagna presidenziale 2023 molte riflessioni giornalistiche dicevano: “Se al posto di Erdoğan ci sarà Kılıçdaroğlu, sarà lo stesso?”. Assolutamente no, hanno pensato tanti elettori. Per tacere dell’intuito e dell’intraprendenza che in politica estera ha posizionato gli affari turchi in Libia e nel Corno d’Africa, sporcandosi le mani e rischiando di trattare col banditismo di setta di taluni Stati non Stati, ma tant’è. Così fanno fan tutti. Così ha fatto lui che nell’aver rilanciato l’orgoglio non solo marinaro e non tanto patriottico del Mavi Vatan, pone il Paese a rivendicare un’assoluta centralità nel Mediterraneo più ambìto, quello di Levante, possibile scenario di conflitti col guerrafondaio Israele, ma sicuro smistamento di quel trasporto mercantile che trova l’interessamento d’un alleato strategico come la Cina di Xi Jinping. Insomma giovani turchi crescono, però a offrirgli un presente continua a essere Erdoğan. Mentre il futuro è tutto da scrivere.

 

(pubblicato sulla rivista Confronti


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