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mercoledì 12 agosto 2026

Tempi talebani

  


I cinque anni di Akhundzada non sono peggiori dei cinque del mullah Omar. Messi a confronto il quinquennio che portava i talebani al potere (1996-2001), dopo la lunga mattanza soprattutto di civili di varie etnìe scatenata dai Signori della guerra, e quello del ritorno al comando (agosto 2021) dopo il ritiro delle truppe Nato patteggiato dagli Stati Uniti, offrono scenari simili e diversi. Certo, sul sempre misterioso attuale leader taliban, e sul capo della Corte di Giustizia Abdul Hakim Haqqani, pendono i mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale, ma sebbene politica e magistratura seguano percorsi e logiche differenti, a inizio estate l’Unione Europea ha sdoganato una delegazione di turbanti ricevendoli a Bruxelles per un contatto definito tecnico. Trattasi della migrazione afghana considerata ingombrante da tanti membri della vecchia Europa che rivalutano rimpatri e deportazioni. Insomma fra la cacciata dei talebani da Kabul con l’Enduring Freedom e il loro reingresso con la fuga occidentale dall’allora aeroporto Karzai, ci sono differenze non solo in entrata e uscita. I miliziani attaccati da W. Bush soffocavano la libertà e lapidavano le donne, quelli cui Trump (e Obama) hanno lasciato presente e futuro continuano a soffocare la libertà e mettono il genere femminile in cantina impedendogli di studiare e lavorare, cosa che sotto i governi-fantoccio protetti dalla Nato non accadeva. Quale il male peggiore? Per le attiviste di Rawa, nascoste ma sempre attive, la sostanza non cambia. Per la diplomazia internazionale è così in parte, visto che coi talebani ci si confronta, come con altri fondamentalisti sparsi per il mondo. Non è solo realpolitik, è la faccia attuale della geopolitica che sempre più racconta le semi-verità che le piacciono. Si strappa le vesti per i diritti civili e di genere, ma gira le spalle ai diritti delle popolazioni, specie se risultano migranti. Questa ‘rogna’ non la vuole più soltanto il primo Ministro italiano Meloni che, turlupinando italiani e i familiari Mattei, ha brevettato quel “piano” utile per centri detentivi sparsi qua e là, comunque lontano dai propri confini. Esuli e migranti afghani e non solo, non li vogliono, per ora, neppure  tedeschi e austriaci, da lì i salamelecchi bruxelliani ai talebani.

 

Quelli della nuova ora, magari con esperienza sul groppone come il ministro degli Esteri Amir Muttaqi, colgono la ghiotta occasione perché quest’uscio semi aperto dalla Ue rappresenta per la propria politica una ventata d’aria diventata asfittica, dopo mesi di conflittualità con un vicino, amato e odiato. Benvoluto nella famiglia allargata che vede nella Shura di Quetta un ramo con cui interloquire, seppure l’altra Shura, a Peshawar, conservi autonomie e schegge incontrollabili, mentre da sempre i governi di Islamabad, qualunque siano, esprimono solo velleità di controllo, infiltrazione, sopraffazione. E’ la storia d’un contrasto secolare che passa per la Linea coloniale Durand, prima della nascita dei moderni Stati. Però l’ingerenza pakistana finora non aveva usato l’aggressione diretta con tanto d’esercito schierato, raid aerei e bombe sui civili com’è accaduto da un anno a questa parte, accusando i vicini di vicinanza estrema, aiuto e rifugio a miliziani come i Tehreek-i Taliban, bombaroli senza scrupoli. L’Emirato di Kabul che da guerrigliero s’è fatto governo, ha alzato un pochino la voce. Niente di più. Ha subìto più che contrattaccato perché nulla i suoi kalashnikov potevano contro i missili terra-aria degli aggressori. S’è, inoltre, ritrovato fra due fuochi, quello bellico di Islamabad e quello ideologico di taliban poco ortodossi con cui da tempo discute, litiga e si pone obiettivi differenti. Ma di cui teme la capacità di conversione verso i princìpi del Califfato di tanta dissidenza, transitata sulla sponda dell’Isis-K da quasi un decennio, e diventando una spina nel fianco di chi governa Kabul. Nei confini dell’Emirato, oltre all’abisso dei diritti, per la gente c’è nuovamente la fame causata dalla caduta libera degli aiuti umanitari, dagli asset nazionali congelati nelle banche svizzere e statunitensi appunto dal 2021, dal soffocamento di qualsiasi economia rurale o diversificata, mentre si tace dell’oppio. E per le donne ridotte al silenzio, ci sono l’obbedienza al peggior pashtunwali, quello patriarcale, la sottomissione della mancanza d’istruzione e dell’emancipazione da lavoro, tutto è tornato all’anno zero. Come ricordava la generazione Rawa intermedia, quella delle Malalai, Selay, Belqis riparate all’estero già durante la nuova ascesa talebana, per non finire represse. Eppure la resistenza femminile prosegue, in clandestinità, personale e di gruppo per riproporre le perle sociali che hanno continuato a brillare nella polvere afghana. Ne riparleremo.

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