La recente spallata ricevuta dal governo indiano di Narendra Modi per opera d’un movimento prima virtuale e giocoso, quindi materializzato nelle strade di Delhi e di altre città universitarie con sit-in pacifici seppure attaccati a randellate e gas lacrimogeni dalla polizia, rappresenta l’ennesima lezione popolare a un regime populista tuttora al comando. Questa lotta è l’ulteriore dimostrazione d’un pluralismo esistenziale presente nella complessità dello ‘Stato-continente’ che il Primo ministro si rifiuta d’accettare. Immerso com’è nel suo disegno autoritario che dipinge l’India a senso unico, confessionale innanzitutto. La nazione degli hindu (Bharat), patria a una dimensione quella del proprio credo volto a umiliare con pratiche esclusiviste e razziste altre millenarie fedi presenti su quel territorio. Nel suo delirio di supremazia Modi snobba il laicismo dei fondatori del Paese moderno e i suoi ideali anticoloniali. Le crepe al cemento armato di un‘India fanatica e fondamentalista come il suo attuale leader s’erano già viste nel 2019 con le contestazioni alla legge sulla cittadinanza con cui il partito di governo (Bharatiya Janata Party) discriminava, e discrimina, gli abitanti islamici. Neppure un anno dopo la ‘pace sociale’ interna, lanciata dal primo mandato di Modi (2014), incontrava il calloso impatto delle mani di bracciati e contadini mobilitati contro una presunta riforma volta a intaccare il mercato dei piccoli agricoltori a vantaggio di multinazionali interne e internazionali. Con un Pil ancora al 50% frutto del lavoro dei campi quella lotta ha rappresentato non tanto un braccio di ferro fra vecchio e nuovo, ma la forza della manualità rurale che resiste allo strapotere delle holding e alla propria inesorabile migrazione. Durata diciotto mesi, coi toni più che irruenti dei blocchi stradali, degli assedi ai palazzi del potere, della sfida a una polizia assassina che ha reso cadaveri oltre seicento manifestanti anche quella è risultata una lotta vincente davanti alla quale Modi e i suoi ministri hanno fatto marcia indietro cancellando le riforme anticontadine. Ma pur ridimensionato alle urne il Bjp ha retto e continua a governare.
Se qualcosa c’è da cogliere nell’ultima sfida, definita da uno zelante magistrato pro regime degli ‘scarafaggi’, che ha prodotto le dimissioni del ministro dell’Istruzione, degne di nota sono la capacità e la rapidità di mobilitazione degli universitari che contestavano i test d’accesso ai corsi di medicina e la solidarietà ricevuta non solo nella categoria di chi s’approccia agli studi accademici, ma della popolazione giovanile, spesso laureata e impossibilitata ad accedere a un mercato del lavoro pronto a valorizzare titoli e capacità. Certo nulla di nuovo, in Oriente come in Occidente, lì dove la disoccupazione giovanile e intellettuale rappresentano piaghe di modelli sociali che non esaltano le risorse in maniera equanime e trasparente, perpetuando caste, lobbies, appartenenze partitiche, favoritismi. E il rilancio d’un metodo di contestazione pacifica che tiene botta davanti alle botte e repressioni varie. C’è da dire che differentemente dai ruvidi soggetti rurali in strada negli anni scorsi, distintisi per barricate e assalti alle forze dell’ordine che riscontravano vittime in maggioranza fra le proprie fila, gli studenti hanno adottato una gandhiana compostezza e pur percossi e maltrattati (ma non ammazzati) hanno opposto fermezza e scherno alle chiusure mentali prima che amministrative del ministro Pradhan. Uomo d’apparato, già a capo del dicastero di gas e petrolio dal 2014 al 2021, pianificatore dell’energia nel Bharat modiano che pensa da monolitica potenza globale e rifiuta d’osservare la ricchezza delle sue particolarità. Il luogo scelto simbolicamente dagli universitari, il settecentesco osservatorio di Jantar Mantar (letteralmente strumenti per misurare l’armonia dei cieli) assume metaforicamente il valore di scrutare i dettagli e guardare avanti. I loro corpi distesi a osservare di notte gli astri e di giorno impedire passivamente alle guardie di smobilitare una protesta rivolta espressamente contro il sistema d’un potere corrotto che non garantisce futuro ai suoi figli migliori. Per quest’ennesimo fallimento del Bjp e del Primo ministro la politica indiana potrà mettere in discussione la presunta sacralità del suo leader e l’infallibilità della gestione amministrativa che si fa forte davanti a un’ostilità inventata, additando le critiche come un attacco alla sicurezza nazionale, considerando il dissenso un tradimento alla patria. Un morbo che l’autocrazia populista inocula continuamente all’elettore-suddito.


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