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venerdì 29 maggio 2026

Deir el-Balah

   

Restano ignoti. Non militi perché non combattevano, la guerra la subivano e sono stati massacrati. Erano solo cittadini finiti sotto le macerie di abitazioni bombardate dall’esercito di Israele. E’ l’emittente Al Jazeera a divulgare la storia di Lina, moglie d’una delle migliaia di vittime scomparse e mai più trovate perché il loro corpo è stato disintegrato dalla gragnuola di missili lanciati l’8 ottobre 2023 nell’area Shuyajea di Gaza City. Dopo la sfuriata assassina dell’Idf, nelle settimane seguenti familiari e abitanti hanno cercato gli scomparsi fra ruderi e calcinacci, scostando come potevano le macerie. Grattando la terra, scavando, ma le vertiginose buche aperte dalle bombe, la frantumazione delle strutture in cemento armato lasciavano poche speranze. Lina e altre donne si sono rivolte alla Croce RossaSenza nessun risultato - ribadisce sconsolata - nessuno sapeva niente e poi sono finiti anche loro sotto il tiro dei caccia e dell’artiglieria”. Lei è rimasta a curare i due figli, spostandosi come decine migliaia di abitanti trasformati in profughi, avviliti e affamati, perseguitati dalla perfidia criminale del governo di Tel Aviv. Potevano solo provare a sopravvivere, a non finire maciullati come chi non c’era più neppure come cadavere. Quindi dall’ottobre 2025 con la tregua, peraltro continuamente violata da Israele, e dunque col rischio di finire sventrati da esplosioni, quasi trecento salme sono state restituite ai parenti. Ma il dolore diventava addirittura peggiore per chi osservando le carni straziate, i cadaveri sfigurati e bruciati, cercava di carpire qualche segnale, una cicatrice pregressa e identificare il proprio caro. Lina rammenta le sensazioni di quei momenti, divise fra la speranza, seppure aleatoria, di non avere certezza del decesso del marito e il pensiero di non saperlo ridotto in nulla da un ordigno. Osservare cadaveri in decomposizione accanto alla durezza della condizione fisica comporta un profondo trasporto ideale, il desiderio di dare dignità alla morte, già di per sé matrigna e nel caso di vittime di vili bombardamenti espressione di estrema crudeltà non solo bellica. Poi fra i pensieri sovrapposti avanza un’ipotesi: forse fra le decine di povere spoglie osservate nei giorni precedenti, una poteva essere quella del suo uomo. Però il riferimento arrivava troppo tardi, quei cadaveri per ragioni di sanità erano stati tutti seppelliti, senza nome, a Deir el-Balah, il cimitero dei dispersi. Tombe catalogate con un numero progressivo che rientrano nella testimonianza di morte diffusa nella Storia dallo Stato d’Israele. Quel luogo delle lacrime palestinesi continua a espandersi, sia per il crescente numero di defunti privati dell’identità, sia perché le condizioni di chi riesce a sopravvivere davanti a un genocidio che prosegue il suo macabro percorso diventano sempre più precarie. Si muore di bombe, fame, malattie, abbandono, inerzia, perfidia del cinismo d’una geopolitica alleata e sguaiata e di quella silente e complice del sionismo. I sanitari della Croce Rossa affermano che gli stessi cadaveri inviati ai pochi ospedali della Striscia ancora operativi, non possono essere identificati poiché manca la procedura più volte richiesta d’introdurre strutture del DNA o trasferire campioni di tessuto all’estero, utili per le identificazioni. Così Lina e altre sorelle e madri si ritrovano a Deir el-Balah pregano, piangono, ricordano ma su quei cippi vorrebbero un nome.

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