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mercoledì 11 agosto 2021

Egitto, il regime che ricatta l’impresa

Tempi duri in Egitto anche per la categoria imprenditoriale. Lontanissima appare l’epoca in cui i magnate potevano riunirsi al Cairo nella 16^ Conferenza di Businessmen - e con Al-Sisi da poco presidente (2014) - riuscire a pianificare investimenti e affari. Era la continuità di iniziative che dal 1982 Camere di Commercio, Industria e Agricoltura di vari Paesi arabi, in collaborazione con gruppi d’imprenditori proponevano periodicamente al governo. Ma, appunto, il generale Sisi era solo all’inizio della restaurazione repressiva che, anno dopo anno, ha prostrato ogni velleità di libero pensiero. Così accade che, oltre a conclamati oppositori, finiscano in galera anche quegli uomini d’impresa non allineati alle volontà della casta militare. Il network sui diritti umani Anhri, ricorda alcune di queste storie d’ordinaria coercizione. L’ingegner Mamdouh Hamza aveva partecipato alla rivolta del 25 gennaio 2011 ed era schedato dai Servizi di Sicurezza. Cocciutamente aveva continuato a sostenere posizioni libertarie, finendo incolpato d’incitazione al terrorismo per aver ‘cinguettato’ suoi pensieri sul noto social. Aveva preso posizione a favore degli inquilini di caseggiati dell’isola al-Warraq, a nord del Cairo, che resistevano agli sgomberi imposti dal regime di Sisi. Per questo è stato colpito da una sentenza detentiva di sei mesi ed è impossibilitato a viaggiare all’estero. Un altro ingegnere, Safwan Thabet, re d’un innovativo investimento nel settore lattiero-caseario, con cui nel 1983 aveva creato l’industria Juhayna Food approdata a una partnership con la danese Arla Foods, nel 2014 era rientrato in una rosa di affaristi che sostenevano l’economia del regime di Sisi. 

 

Dopo un primo periodo, foriero di donazioni per il regime, Thabet venne rimosso dal business nazionale e finì, nientemeno, che in una lista di terroristi. Tutto era iniziato nell’estate 2015 col sequestro e dei beni della Fratellanza Musulmana, anche i beni di Thabet finirono requisiti, ma fino ad allora il nome dell’imprenditore non era mai stato associato alla Confraternita islamica. A fine dicembre 2020 Thabet è stato arrestato. Due mesi dopo suo figlio Saif, Ceo della Juhayna, fu interrogato dalla polizia su questioni attinenti alla posizione paterna. Sebbene Saif non fosse coinvolto in nessuna delle accuse rivolte al genitore finì in un carcere di massima sicurezza, sottoposto alla normativa dei 45 giorni di detenzione ripetuti nel tempo, come Patrick Zaky e tanti altri. In attesa di sapere cosa abbia fatto d’illegale Safwan Thabet il declino sui mercati della disponibilità produttiva della Juhayna ha avvantaggiato aziende saudite. Più articolata la posizione di Salah Diab, co-fondatore nel 2004 del quotidiano Al_Marsi Al-Youm, giornale d’impronta liberale. Sbattuto sulle prime pagine di altri media, e soprattutto mostrato dalla tivù di Stato mentre, nel novembre 2015, veniva arrestato nella sua residenza di Giza. In quell’occasione finì in manette - con tanto di rilievo nei servizi televisivi - anche il figlio Tawfiq presidente dell’azienda di famiglia Pico con investimenti nel settore agricolo-alimentare, immobiliare, energetico e finanziario. Diab padre fu rilasciato grazie all’esborso d’una copiosa cauzione, l’anno seguente era nuovamente sotto i riflettori per un ennesimo arresto seguito a una diatriba con un potentato del Cairo: Mortada Mansour, avvocato e presidente del pluridecorato club calcistico El-Zamalek. Mansour s’era presentato alle presidenziali egiziane del 2014, ritirandosi e sostenendo la candidatura del generale Al-Sisi. L’asservimento gli fu ripagato con un’amicizia particolare col generale e un seggio parlamentare, mantenuto dal 2015 al 2020. Insomma Diab nella querelle di querele e controquerele per ragioni d’interviste giornalistiche s’era scelto un osso duro. Eppure i cagnacci abbaiano senza mordersi e la loro sfida non aveva causato danni al magnate che, pur condannato, pagando tornava libero. 

 

E’ storia antica e nota che in Egitto anche le precedenti presidenze, di Sadat e Mubarak, provenienti come Sisi dalla casta militare, si contornassero di tycoon compiacenti che, se fedeli al potere e non d’intralcio agli affari di quelle strutture militari onnipresenti nell’economia del Paese, venivano avvantaggiati con favori personali. Fra questi chiusure di entrambi gli occhi da parte della magistratura sulle irregolarità legali, fiscali e d’altro genere compiuti dai “cittadini di lusso”, vere e proprie dinastie claniste. La tendenza è proseguita. Eppure la svolta repressiva, facilitata dalla pratica di schiacciare ogni diversificazione del pensiero, ora applica ai magnati censure che possono portarli finanche in prigione, per quanto spesso basti  congelarne i beni, imporre il ritiro del passaporto e vietare i viaggi all’estero, impedirne la movimentazione di capitali o peggio sequestrarli, cancellarne i diritti politici. Misure che diventano pesanti deterrenti per tenere a bada velleità e personalismi imprenditoriali. La cosiddetta cospirazione che nuoce all’economia egiziana per critiche rivolte al governo e per la condivisione di voci sulla corruzione statale, è l’anticamera per il reato di terrorismo, visto che tale è considerata “ogni azione che danneggia l’unità nazionale e l’integrità della società”. I difensori dei diritti umani osservano come quest’espressione risulti generica e venga indirizzata anche contro pacifiche idee di dissenso. Ma le autorità politiche e la magistratura continuano a costruire ad arte accuse per colpire persone, così gli imprenditori o si piegano o li attende il ricatto della fine dei personali imperi.


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