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martedì 3 aprile 2018

La Striscia rossa di sangue che segna la morte a Gaza


Sei un occupante, sei un terrorista grida Erdoğan a Netanyahu e ci sta tutto. Da parte sua il premier israeliano rispedisce al mittente, dicendo di non prendere lezioni da Ankara, ma senza la determinazione d’altri momenti, ritenendo l’uscita del presidente turco quasi una posa passeggera fra il turbillon di cose da lui dette, fatte e smentite negli ultimi due anni. Il sultano, che reprime a spron battuto dentro e fuori dai confini anatolici, non vanta più il credito che aveva ai tempi della Mavi Marmara. Quant’è accaduto dopo quei fulmini ha evidenziato tutta la sua peggiore ragion di Stato, volta solo a consolidare il proprio potere dentro e fuori la Turchia. Usare la causa palestinese sembra ormai una speculazione, come hanno fatto i raìs egiziani fino alla guerra del Kippur, vista la sostanziale sudditanza che le successive leadership del Cairo hanno avuto verso le trame tracciate da Washington e Tel Aviv. L’Erdoğan che usa il terrorismo, sia quello foraggiato, sia quello di Stato per sostenere un percorso autocratico e nazionalista, ha scarsa credibilità perfino fra gli islamici. Il guaio è che il popolo palestinese è sempre più solo. A Gaza come in Cisgiordania. Prigioniero nella Striscia e soffocato nella West Bank, sebbene nella prima si muoia di più e si soffra ogni patimento, mentre dalle parti di Ramallah l’Autorità Palestinese tiene in piedi la rappresentazione scenica d’un autogoverno soggiogato, schernito, umiliato da Israele, seppure blandito dai fondi internazionali che consentono una sopravvivenza.
L’iniziativa di Hamas sul ‘Diritto al ritorno’ che vede in questi giorni migliaia di persone manifestare rischiando la vita (i martiri del venerdì di passione sono saliti a 18 per il decesso di due feriti gravi) sarà anche una mossa con cui un partito in crisi identitaria e in palese difficoltà di gestione d’un territorio, che le voci più insospettabili definiscono una prigione,  cerca di rilanciare se stesso agli occhi di concittadini sottoposti a ogni sorta di sacrificio, ma è comunque un atto politico. Quello di cui è privo il partito Fatah, totalmente prostrato a logiche antiche cui aveva abituato anche l’ultima gestione di quel padre d’una patria patteggiata e mai realmente raggiunta, il mitico Yasser Arafat. La frattura fra Hamas, che prese il potere nella Striscia con libere elezioni del 2006 e si trovò a ribadirlo a colpi di kalashnikov un anno dopo con scontri fratricidi capaci di segnare ferite profonde, e l’Autorità Nazionale Palestinese sembra rimanere. Nei mesi scorsi i due partiti hanno provato a riconciliarsi attorno a una delle enormi contraddizioni di questo stato di cose: la gestione dei fondi internazionali rilasciati unicamente all’Anp. Per far fronte all’emergenza alimentare, energetica, sanitaria di Gaza, i vertici hanno provato ad accordarsi in tal modo: le frontiere della Striscia, diventate in tanti casi bollenti per via delle proteste e dei “tunnel della salvezza” passano sotto il controllo di Fatah, la sicurezza interna è garantita da Hamas.
Così gli uomini (pure armati) di Abu Mazen son potuti rientrare da dov’erano stati cacciati, mentre le gravissime difficoltà di sopravvivenza dei gazawi, che tanta impopolarità hanno creato agli amministratori di Haniyah, venivano lenite. Ma è il classico pannicello. La Casa Bianca e gli attori che presiedono l’irrisolta questione israelo-palestinese usano questi fondi come esca per controbilanciare ogni mossa d’Israele. Nei decenni s’è trattato di reati: colonie illegali in Cisgiordania, requisizioni e abbattimenti a danno dei palestinesi, loro arresti e uccisioni, fino ai massacri organizzati, da ‘Piombo fuso’ a ‘Margine di protezione’. Quei dollari impediscono lo sviluppo di un’economia autonoma, di fatto rendono un intero popolo schiavo d’un sistema assistenzialista che ne prostra la politica e ne impedisce l’emancipazione. Non è una novità. E’ un meccanismo messo a punto da decenni dai sostenitori di un Israele non solo sionista, ma decisamente razzista che teorizza lo Stato per soli ebrei a cui danno fiato tante anime belle e progressiste. Egualmente il mondo arabo con la sua Lega, le nazioni simbolo, dall’Egitto alle monarchie del Golfo passando per Turchia, hanno offerto solidarietà morale, talvolta materiale, ai palestinesi senza sostenerne uno sbocco politico. Quest’ultimo offuscato, svilito, ripudiato da compromessi e contrapposizioni, ma soprattutto maciullato da Israele che ha fatto della sopraffazione la propria essenza, appare come la gravissima colpa della politica. Di tutti. Resta una resistenza sempre più spontanea, spesso individuale, dai grandi entusiasmi giovanili, purtroppo dagli effetti limitati. Una striscia rossa su una Striscia di terra.

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