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giovedì 31 marzo 2022

L’India dell’esclusione e del livore

 

L’amore fra Uma e Sharjeel è cosa molto più complessa di quello vissuto da Rizvan Khan e Mandira Rathore, protagonisti d’uno dei film più noti della produzione di Bollywood: Il mio nome è Khan. Anche perché le sequenze in celluloide si svolgono fra emigrati indiani negli Stati Uniti e l’unico, non semplice, problema di Khan è quello di dimostrare, dopo l’attentato alle Torri Gemelle, che lui indiano di religione islamica non è un terrorista. Nonostante i pregiudizi etnico-religiosi potrà unirsi alla bella donna di cui s’è invaghito sebbene lei sia di fede hindu. Si tratta d’una pellicola di dodici anni fa e le stesse Major di Mumbai che, pur fra retorica e sentimenti, hanno orientato abbastanza mentalità e costumi d’una parte del Paese-continente, ora risentono delle ventate fondamentaliste enormemente rafforzate dalla conquista del potere del Baharatiya Janata Party. Nell’ultimo biennio, complice la pandemia che creava enormi problemi all’inefficienza del governo Modi, il suo staff ha cercato ovunque capri espiatori su cui convogliare attacchi d’ogni genere. Diventavano una distrazione di massa dalle pire crematorie per le vittime del Covid-19, dall’inadeguatezza delle cure, dalla disorganizzazione amministrativa e sociale, dalle spaventose carenze del sistema ospedaliero e sanitario. Questo era il quadro disastrato di tutti i distretti indiani. Nell’ottobre scorso emblematico è stato l’episodio d’un controllo antinarcotici durante una crociera che ha portato all’arresto, fra gli altri, di Aryan Khan, figlio dell’attore Shah Rukh Khan, uno dei divi dell’India cinematografica. Il giovane poi è stato scagionato perché estraneo alle contestazioni, ma egualmente la vicenda ha alimentato attacchi politici del Bjp e del fanatismo nazionalista hindu contro la ‘perversione’ della cinematografia bollywoodiana e dei suoi attori islamici. Nella quotidianità se Sharjeel volesse non tanto impalmare, bensì manifestare intenzioni amorose a Uma, verrebbe additato come un seguace del “love jihad” con cui gli arancioni bollano la presunta tattica islamica di sedurre le donne hindu per spingerle a una conversione religiosa. 
 
Ricordiamo che le colpevolizzazioni usate dall’attuale esecutivo per ideologizzare comportamenti naturali, mirano a esasperare rapporti e relazioni per dividere la cittadinanza. E’ un secondo atto che segue l’altra accusa lanciata nel 2020 sui musulmani, quella del “Coronajihad”. I seguaci di Allah venivano additati come ‘untori’ della Sars-CoV2 in giro per il Paese. Pratiche subdole e infamanti che, comunque, riescono a toccare le corde degli strati meno acculturati della popolazione, facilmente manipolabili e aggregarli in cacce alle streghe contro la diversità dai modelli proposti dal governo. In cima a tutti c’è l’India per i soli hindu nella peggiore versione razzista dell’hindutva, che nell’ultimo decennio sta emarginando sia una visione laica e democratica della nazione, sia la tolleranza interreligiosa voluta dai padri fondatori del Paese decolonizzato. Giansenisti, buddisti, sikh, zoroastriani, le minoranze presenti seppure disorganicamente sul vasto territorio, sono tutte nel mirino del fanatismo delle costellazioni politico-militari alleate del Bjp, ma i duecento milioni di islamici e i sessantasette milioni di cristiani risultano ormai sotto un fuoco incrociato non sempre metaforico. Nella seconda metà del 2021 le fiamme hanno azzerato numerose rivendite islamiche, con ricadute su una micro economia già messa a dura prova appunto dal Coronavirus. Incenerito il banchetto, nella migliore ipotesi il piccolo negozio, distrutte le merci contenute, il proprietario islamico o cattolico ha dovuto cercar sostentamento fuori dai suoi  commerci. Dove non ha agito il fuoco purificatore del radicalismo hindu ha potuto il boicottaggio operato dai clienti di altra etnìa e fede. La spaccatura fra la popolazione è un effetto sul quale puntano i diffusori dell’odio: creare barriere mentali e, dove non arrivano quelle fisiche, operare sradicamento sociale, umano e nei casi in cui le minoranze si stringono a propria difesa, attuarne la ghettizzazione. 
 
E’ grave che tutto ciò sia frutto non solo di brutali violenze scaturite dall’arretratezza civile, con una sopraffazione alimentata anche dalle prebende dei mandanti, ma che tale consuetudine venga tollerata da polizia e magistratura. Nell’Uttar Pradesh (il più popoloso Stato coinvolto nelle elezioni di febbraio-marzo svolte anche nel Punjab, Uttarakhand, Manipur e Goa) davanti agli sberleffi o alle bastonature rivolte a fedeli musulmani riuniti in preghiera fuori dalle moschee, le istituzioni sono rimaste silenti. Quindi latitanti al cospetto delle distruzioni d’immagini sacre avvenute durante le festività natalizie. Ad Agra fanatici hindu si sono scagliati sulle icone d’una scuola cristiana, bruciandole. A Varanasi hanno attaccato una celebrazione, gridando: ”Morte ai missionari”. Altri assalti s’erano verificati negli Stati di Assam e dell’Haryana con l’abbattimento di statue nei luoghi di culto e intimidazioni a chi pregava. L’accusa al proselitismo che induce a “conversioni forzate” è da tempo al centro del  fanatismo hindu che cerca vittime sacrificali. Bersaglio anche congregazioni storiche, come quella di Madre Teresa di Calcutta, incolpate di attirare subdolamente le giovani, ferendo il sentimento hindu. Una prima normativa sulle conversioni religiose (Conversion Bill) fu adottata a metà anni Cinquanta, poi nel 1967 viene introdotta una legge anti conversioni (Orissa Freedom of Religion Act). Si trattava di regolamenti applicati in singoli Stati che praticavano un distinguo da quanto non era stato volutamente legiferato alla nascita dell’India moderna. Il premier Nehru s’era sempre opposto a rigide leggi, temeva che ne scaturissero cattivi metodi, inganni e molestie per i cittadini. Col senno del poi il suo pensiero si rivela profetico. La Prohibition of Unlawful Religious Conversion Bill, varata nel 2021 nell’Uttar Pradesh, rende la conversione religiosa un reato che può prevedere fino a 10 anni di reclusione.  Alle cosiddette ‘conversioni forzate’ alcuni Stati contrappongono la Ghar Wapasi con cui gli hindu cristianizzati tornano alla fede primaria. I cattolici locali considerano questa una reale forzatura. Il vescovo Mathias l’ha affermato con decisione, ma il suo pulpito è circoscritto, e la vita nella città di sua competenza – Lucknow – diventa sempre più difficile. 

 

Nell’esasperazione dei rapporti il ceto politico hindu vuol introdurre anche lì la prassi di rinominare località che hanno riferimenti islamici. Così Allahabad è diventata Prayagraj, e per Lucknow è in ballo la denominazione Lakshman, il fratello minore del dio Rama. Visto che la tendenza ha preso piede con metropoli storiche (Bombay diventata Mumbai sotto la spinta di Bal Thackeray discusso leader della formazione filo nazista Shiv Sena, Calcutta trasformata in Kolkata che si rifà a Kolikata, uno dei tre villaggi locali precedenti l’arrivo britannico) l’intento di scrollarsi di dosso i retaggi del colonialismo toponomastico fornisce all’integralismo arancione un alibi per l’altrui esclusione, specie sul fronte confessionale. La simbologia sta caratterizzando alcune proteste scolastiche nella ricca regione Karnataka, dove l’ipertecnologica capitale Bangalore ha anch’essa mutato in nome in Bengaluru. Nei college di Kundapura e Udupi dai primi giorni di febbraio gruppi di studentesse musulmane hanno iniziato una protesta. Da oltre un mese alcune di loro che indossavano l’hijab non erano ammesse in aula. Così tutte fuori col velo sul capo. Per contro studenti hindu hanno iniziato a ostentare vistose sciarpe e copricapo arancioni, assumendo toni aggressivi verso le colleghe. Mentre le autorità scolastiche meditano d’introdurre una divisa d’istituto, la polizia è intervenuta perché la contrapposizione non degenerasse. “Eppure per chi mostra simboli religiosi (bindi, il punto colorato sulla fronte di hindu, buddisti, giainisti oppure tripundra le linee orizzontali con un punto di cenere sacra, sempre da parte hindu) non ci sono divieti” hanno osservato le giovani islamiche, chiedendo rispetto e parità di trattamento. Ma come abbiamo visto i toni sono già caldissimi e, in alcune aree, scorre il sangue e si contano le vittime. 

 

Eppure i più colpiti continuano a essere i dalits - gli oppressi - (50.000 le azioni violente e gli omicidi nei loro confronti nel 2020) molto più che ultimi della catena sociale. Rappresentano, assieme ai propri maggiori oppressori delle caste dominanti (rajputs, thakurs), il medioevo indiano sopravvissuto al colonialismo e inserito nella nazione moderna. Del resto il sistema delle caste, che conserva la gerarchia dell’ineguaglianza e dello sfruttamento, veniva difeso anche da Gandhi quando affermava che l’induismo non poteva farne a meno. Il rilancio di tale pratica tradotta nell’estremismo dell’hindutva ha rilanciato la teoria della ‘maggioranza hindu’ che raccoglie un numero elevatissimo di adepti, ovviamente fra gli stessi dalits in gran parte fedeli hindu. Tenendo quest’ultimi al fondo d’una piramide bloccata, atta a impedire ogni travaso, scalata sociale, uscita dai ghetti, a vantaggio d’una ristretta cerchia di potentissimi hindu. Di fatto la vera maggioranza indiana sono le caste inferiori e i cittadini di altre confessioni, ma tutti risultano subalterni alle caste superiori. Queste pur non raggiungendo neppure il 10% della cittadinanza però occupano e gestiscono il 90% dei ruoli istituzionali e professionali. L’aspetto manipolatorio di questo progetto ha trovato nel Bjp un interprete determinato e irruente, seppure la scelta dell’uomo che lo incarna, Narendra Modi, figlio d’un modesto venditore di tè, appaia una contraddizione in termini. Ma si tratta d’un artificio calcolato che fa credere agli ultimi di non essere esclusi. Più che una favola una falsità, condita dal razzismo di ritorno. E mentre l’indigenza aumenta: secondo studi interni dell’Università di Bangalore (ormai Bengaluru) il Paese conta almeno 200 milioni di nuovi poveri post pandemia (il 38% degli abitanti dell’Uttar Pradesh lo sono), la ruralizzazione di milioni di persone, in fuga dalla perdita di lavoro nelle città, si è ormai consolidata. Tematiche come lotta alla povertà e disoccupazione, diritto alla salute (ufficialmente le vittime della pandemia superano il mezzo milione su 42 milioni di casi accertati), programmazione industriale e tecnologica sono stati ben poco presenti nel dibattito pre-elettorale. Modi s’è rifugiato nella fede, brandita come una spada su diversi e oppressi lasciati nei loro ghetti o destinati a sparire.   

martedì 29 marzo 2022

Erdoğan, il paciere d’Europa

Il rinnovato tavolo di trattative fra le delegazioni russa e ucraina sotto la regìa turca è l’ennesima dimostrazione del valore di diplomazie e potenze sullo scenario internazionale. A Istanbul le delegazioni sono state accolte a Dolmabahçe Palace, primo edificio all’europea, voluto dal sultano Abdul Mejid a metà Ottocento, in piena occidentalizzazione dell’impero Ottomano che tramite riforme (Tanzimat) riprese dal vecchio continente provava a conservare se stesso. Peraltro senza riuscirci. I passi della trattativa fra Mosca e Kiev saranno lunghi e faticosi, sostengono esperti in diplomazia. Comunque l’idea di neutralità del proprio Paese adottata ora da Zelensky e il possibile cessate il fuoco di Putin con un ripiegamento sul solo controllo di Crimea e Donbass, sono un presupposto per avviare accordi. Ma nell’incertezza degli sviluppi d’un terreno minato, materialmente e politicamente, qual è oggi una buona parte dell’Ucraina che si difende dall’invasione russa l’osservazione dei preliminari di dialogo non può non cadere sul padrone di casa. Il discusso e discutibile Recep Tayyip Erdoğan anche in questa crisi si guadagna un ruolo di mediatore che altre figure di primo piano della politica globale non vogliono, non possono o non sanno interpretare. Non tanto Sleepy Joe lasciato libero dal suo staff nel dire ciò che vuole, tranne correggerlo con una precisazione di Blinken per poi rilanciare l’affermazione sul Putin da abbattere. Così più che voce dal sen fuggita quella resta una convinzione - sacrosanta che può essere -  ma al vetriolo, in linea col polonio con cui lo zar tratta nemici ed ex amici. Non il massimo in un momento in cui si cerca la strada per far tacere le armi. Nell’evidenza che l’opinione pubblica può ormai avere su chi spinga per un proseguimento dello sfascio e della morte in terra ucraina certe menti statunitensi seguono dappresso quella cinica del dittatore che vorrebbero far abbattere. Addirittura il patriottismo armato, e in cerca di armi, del presidente assediato a Kiev riesce a essere secondo davanti a chi vorrebbe fargli proseguire una guerra che solo un iper nazionalismo militarista può sostenere si stia combattendo per il futuro d’Europa. 

Certo l'ultranazionalismo polacco, baltico, ungherese, ceco, italiano, francese possono ribadire tale concetto, sebbene quest’ultimi non paiono granché convinti. Comunque l’Europa che Washington si propone di difendere con un rinnovato atlantismo fuori tempo massimo, riesce a esprimere l’unica vocazione di unità con l’alleanza targata Nato, al più cercando disperatamente un esercito comune in luogo di una visione politico-strategica. Linea quest’ultima che definire ipotetica se non proprio utopica è farle un complimento. La crisi, la guerra, le ricadute economiche un passo l’hanno fatto compiere agli esecutivi europei e all’Unione stessa: ampliare i bilanci del riarmo, seguendo la posizione dei sostenitori del libero e democratico pensiero per cui “la pace si raggiunge con le armi”. Nella vecchia Europa desiderosa di rinnovamento e guida del mondo diplomazia e politica battono la fiacca. Tantoché fra le “potenze” nostrane - da Berlino a Parigi, da Londra (che in Europa non sta più, ma vuole ricordare i fasti del suo liberalismo) a Roma - non c’è uno straccio di statista che abbia carisma e autorevolezza per proporre un presente e un futuro prossimo che possano contenere l’autoritarismo aggressivo del dittatore Putin, senza finire per fargli la guerra direttamente o per procura tramite gli avamposti Nato che il Pentagono studia non dal 1949, ma da un trentennio a questa parte. Fuori gioco colei che per un quindicennio ha rappresentato un “faro” per la Ue (beati monoculi in terra cecorum), chi giganteggia nel provare a risolvere una crisi alle porte dell’Europa è l’autocrate Erdoğan che la stessa Cancelliera Merkel ha osteggiato fortemente quale possibile membro dell’Unione, tranne chiedergli aiuto per contenere la crisi migratoria del 2015 coi milioni di siriani che premevano alle porte d’una Fortezza Europa tenuta chiusa ai propri egoismi dal gruppo di Višegrad. Putiniani? Zelenskyani? Chissà? Certamente razzisti, basta chiederlo ad afghani e pakistani affacciati a quei confini.   

mercoledì 23 marzo 2022

Emirato afghano, scuole femminili ancora chiuse

Un nuovo dietro-front dell’Emirato Islamico sulla questione delle scuole femminili che avrebbero dovuto riaprire in questi giorni, invece resteranno chiuse. La settimana dedicata ai festeggiamenti del Newroz, evidenziata con enfasi dall’attuale governo di Kabul, annunciava una riapertura degli istituti per la giornata odierna. Si era addirittura mosso il ministero dell’Istruzione confezionando un video di congratulazione per il rientro in classe. Poi la doccia fredda, l’annuncio del portavoce ministeriale che rinviava l’apertura delle scuole dal sesto grado in su. Motivo addotto: la mancanza di adeguate uniformi religiose e il ridotto numero d’insegnanti al femminile. Così oltre un milione di ragazze si ritrovano bloccate senza poter riprendere il percorso dell’istruzione. Un diritto negato alle giovani che torna a rinfocolare la polemica sugli aiuti internazionali per l’emergenza alimentare. Infatti, accanto ai fondi afghani (9.5 miliardi di dollari) bloccati nelle banche statunitensi dalla scorsa estate, denaro che servirebbe agli acquisti di derrate, gli stessi donatori internazionali hanno fortemente diminuito il flusso di aiuti. Stanno seguendo la logica dell’amministrazione Biden che vuol colpire l’Emirato per la mancata applicazione dei diritti, fra cui quello dell’istruzione femminile. Il responsabile per la tutela di genere di Human Rights Watch ha dichiarato alla stampa che la vicenda delle scuole lasciate chiuse “aumenterà la sfida sul versante del sostegno alle carenze alimentari”. Se non una ritorsione, sicuramente un braccio di ferro fra le parti. 

 

Ma al di là delle delusioni di esponenti ufficiali dell’Onu e degli Stati Uniti, in primo piano è la tendenza di gruppi di donatori direttamente legati ai governi che restano scettici davanti alle mosse dell’Emirato. I talebani, divisi fra una componente in linea di princìpio moderata e una oltranzista, misurano col bilancino quale posizione assumere al cospetto della Comunità Internazionale. E questioni come l’apertura delle scuole e il rinvio della stessa mettono a nudo un compromesso che sembra difficile. Negli ultimi tempi altri segnali hanno mostrato la tendenza a far prevalere posizioni tradizionaliste attorno alle libertà di genere, come il tema degli spostamenti di donne non accompagnate per viaggi entro un certo chilometraggio. Alcune avvocate dei diritti sono pessimiste e giudicano i segnali in atto nient’affatto positivi. Eppure la rivalsa occidentale su finanziamenti e derrate sembra non pagare. Questo mese l’Organizzazione della Cooperazione Islamica s’è mossa a sostegno della popolazione afghana, la vera vittima delle restrizioni alimentari. Un meeting conclusosi oggi a Islamabad, con la partecipazione di 56 nazioni del mondo musulmano, ha annunciato anche un intervento dell’Accademia Islamica del Diritto per favorire comportamenti tolleranti verso l’educazione e la tutela delle donne. Staremo a vedere se riuscirà a riportare le studentesse a scuola, con o senza uniforme religiosa.

venerdì 18 marzo 2022

Crimini di guerra e criminali impuniti

Non c’è pace senza giustizia sostenevano la rete radicale e trecento Ong che peroravano l’intervento delle Nazioni Unite per creare tribunali che esaminassero i sanguinosi conflitti in Ruanda e nell’ex Jugoslavia, punendo i responsabili. Sappiamo com’è andata. Il Tribunale per il Ruanda, sorto nel 1994, ha condannato all’ergastolo sia Jean-Paul Akayesu, sindaco di Taba, per massacri e stupri subìti dall’etnìa Tutsi, sia Jean Kambanda, direttore delle Banche del Ruanda per partecipazione a genocidio e massacro. Seguì una sfilza d’ulteriori imputati e ricercati. La Corte per l’ex Jugoslavia, istituita nel 1993, ha chiuso il processo di primo grado nel 2008, quello di secondo due anni dopo. Fra gli accusati più noti il presidente serbo Milošević morì d’infarto mentre era detenuto, al capo dei serbo-bosniaci Karadžić e al comandante dell’esercito serbo-bosniaco Mladić vennero inflitti due ergastoli.  Quegli organismi sono divenuti i pilastri della Corte Penale Internazionale istituita nel 2002 con sede all’Aja, cui si fa riferimento per indagini e punizioni per reati di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. A supportarlo lo Statuto di Roma stipulato nel 1998, sottoscritto nel 2017 da 123 Paesi, più 32 firmatari senza ratifica ufficiale. Fra questi Stati Uniti, Russia e Cina, tre potenze globali. Condannare Putin può essere cosa buona e giusta non solo per le bombe e la morte seminata in tre settimane sul territorio ucraino, ma per l’ondata mortifera lanciata in epoche precedenti in vari luoghi: Cecenia, Georgia, Siria, Libia. 

 

In realtà la prima guerra cecena l’aveva avviata il precedente presidente russo Eltsin, biennio 1994-95, trentacinquemila vittime civili di cui cinquemila minori. Terminò con un accordo coi separatisti visto che l’esercito di Mosca, nonostante assedi e massacri a Groznyj e dintorni, non riusciva a piegare i ribelli. Ci fu un altro round. La seconda guerra cecena, avviata a fine anni Novanta e trascinatasi sino al 2009, con bombardamenti a tappeto russi su centri abitati e villaggi, uno stillicidio di vittime civili. Qui il neo presidente Putin mostrò il duro volto dell’agente del Kgb lanciato in politica. Ma nella conta della morte, fra i 25.000 e i 50.000 civili, gli teneva bordone il capo dei ribelli Basaev, alias Abu Idrīs al-Bassī, figlio di ex combattenti locali, che alla guerriglia sul campo aggiunse odiose azioni terroristiche: al teatro Dubrokova di Mosca nel 2002, alla scuola Beslan nel 2004. Nel primo caso Putin decise intervenissero gli Specnaz che, dopo aver irrorato l’interno dell’edificio con un agente chimico, irruppero nella sale dove il commando ceceno teneva in ostaggio gli spettatori. Non fu sparato un colpo, erano tutti stecchiti: 129 persone e 39 miliziani. La conta nel secondo intervento speciale fu peggiore: 334 vittime di cui 186 bambini. Guerre sporchissime, raccontate dalla giornalista Politkovskaja finita a colpi di pistola nell’atrio del suo appartamento moscovita. Ma per i conflitti citati, non solo per la mattanza di cronisti e oppositori avvenuta in Russia, la Comunità internazionale non andò oltre generiche condanne. Clinton dichiarava che agli Stati Uniti non interessava sanzionare la Russia, mal celando la cattiva coscienza in merito a omissioni e interventi univoci nella guerra balcanica di metà anni Novanta. 

 

L’invasione russa della Georgia dell’agosto 2008, considerata la prima guerra de Terzo Millennio nell’area euro-asiatica, pur mostrando intenti aggressivi del Cremlino ha avuto conseguenze sanguinarie limitate, circa 400 morti su entrambi i fronti fra cui come sempre anche civili. Ben peggiore l’intervento in Siria in sostegno del regime di Asad che combatteva contro lo Stato Islamico. I 400.000 civili assassinati che s’uniscono ai 59.000 lealisti siriani, 1.300 miliziani Hezbollah, 52.000 ribelli e jihadisti, 11.000 combattenti kurdi in un conflitto palese e strisciante durato otto anni e tutt’ora con fronti aperti, potrebbero far dire ai sostenitori dei diritti che Putin e i suoi ufficiali, Bashar al-Asad, suo fratello Maher, i generali siriani Allah Ayyub, al-Furayi, al-Hassan, Shahadah, il leader libanese Nasrallah, gli ufficiali ribelli al-Bachir, al-Shaykh, Salim Idris, il politico al-Khatib, e il presidente turco Erdoğan, il suo generale Metin Temel che ha coordinato l’Operazione Scudo dell’Eufrate, rientrano a pieno nella mattanza che s’è tirata dietro un pazzesco numero di morti fra i civili. Non si possono più portare alla sbarra dell’Aja al-Baghdadi, al-Shishani, al-Qurayshi leader e combattenti dell’Isis – chi iracheno, chi georgiano – caduti nel corso del conflitto, mentre l’accusa può coinvolgere il capo di Tahrir al-Sham, Muhammad al-Jawlani, col piccolo particolare che occorrerebbe catturarlo. Comunque la tendenza a puntare il dito su sterminatori jihadisti che non sono esenti da crimini e celare i propri è una deriva propria del nostro sistema. Cosa dire del ventennio d’occupazione in Afghanistan con le ‘missioni di pace’ Enduring Freedom, Isaf, Resolute Support ? Per questo conflitto che ha causato 300.000 vittime civili il Tribunale dell’Aja dovrebbe perseguire il presidente americano George W. Bush, i successori Obama e Trump, con una chiamata di correo per gli alleati occidentali, fra cui spiccano i primi ministri italiani Berlusconi, Prodi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte. 

 

I generali statunitensi Petraeus, McChristal, Ray Franks punta di lancia di bombardamenti a tappeto su ampie aree abitate dopo la stessa ritirata talebana da Kabul nel novembre 2001, sapevano dove gli F/A Hornet lanciavano bombe a grappolo ben oltre la battaglia di Tora Bora. Il premier inglese Blair e il suo generale McColl potrebbero rispondere dell’offensiva nell’Helmand nel 2007 condotta dai Royal Marines non solo contro i turbanti islamici ma sui civili di decine di villaggi colpevoli solo di vivere  in quella regione. Sempre in quell’area due anni dopo è calata l’operazione Colpo di Spada, il maggiore intervento aviotrasportato dai tempi del Vietnam. Sono seguiti per settimane le ‘Extraordinary rendition’ dei corpi speciali come Task Force 45 diretti dalla Cia, attivi in incursioni, rastrellamenti, rapimenti di persone, naturalmente anche civili, sospettati di aiutare la guerriglia. Detenzioni illegali e torture. Alle azioni partecipavano anche militari italiani nelle province di Herat, Farah, Ghowr che contarono un caduto. Forse di più può dire il nostro generale Del Vecchio impegnato sul terreno fino al 2006, nel 2007 al vertice del Comando Interforze e dal 2008 diventato parlamentare della Repubblica col Partito Democratico. In un’inchiesta e processo si  possono tralasciare i presidenti-fantoccio Karzai e Ghani, il ministro di Difesa e Interni Bismillah Mohammadi? Sul fronte opposto non può più rispondere il mullah Omar, passato a miglior vita nel 2013, e con lui altri capi talebani (Mansour, Akhund stroncati rispettivamente da un drone statunitense e da un attacco cardiaco), né Osama Bin Laden disintegrato da un commando della Cia ad Abbottabad. Vivo è invece l’attuale leader di Qaeda Ayman al-Ẓawāhirī su cui pende la taglia di 25 milioni di dollari. Ovviamente andrebbe catturato, le Intelligence occidentali non si sbilanciano sul nascondiglio o semplicemente non lo cercano. Mentre si sa bene dov’è il fondamentalista Gulbuddin Hekmatyar, leader di Hezbī-e Islami attivo fra Kabul e i territori pachistani. Dov’è l’ex vicepresidente e signore della guerra Dostum, e ancor più Sirajuddin Haqqani oggi ministro dell’Interno dell’Emirato Islamico afghano, di recente fotografato mentre passava in rassegna reparti talebani ripuliti e addobbati con uniformi perfette. 

 

I cacciatori di criminali di guerra non dovrebbero aver dimenticato chi ha organizzato la seconda guerra irachena, i pazzeschi bombardamenti fra marzo e maggio 2003 e l’occupazione militare durata fino al 2011. Un elenco mortuario che fra la gente comune oscilla fra le settecentocinquantamila e il milione e duecentomila morti. Voluti da Stati Uniti e Regno Unito con aggiunta di Polonia e Australia. Le responsabilità ricadono  nuovamente su George W. Bush e Barack Obama, i generali-politici alla Rumsfeld, i generali-generali Casey jr e Petraeus, i premier Tony Blair, Gordon Brown, David Camerun che hanno portato in Iraq fino a 300.000 soldati e quasi 200.000 contractors. Il fronte opposto è quasi tutta una croce, nel senso che sono scomparsi da tempo:  Saddam Hussein, condannato a morte da un tribunale iracheno e impiccato per stragi antiche, quella verso 148 sciiti nel 1982. Ali Hassan, noto come ‘Ali il chimico’ ministro dell’Interno e della Difesa, Al-Trikriti capo dei Mukhabarat iracheni, al-Zarkawi uno dei fondatori dello Stato Islamico, Abu al-Masrī. Mentre quest’ultimi non sono più in condizione di comparire davanti a nessun tribunale, gli altri sì. Invece non s’è fatto nulla. Perché Washington, pronta a denunciare le atrocità altrui, glissa sulle proprie e guarda alla Corte dell’Aja con un doppio standard. Così è successo quando una delegazione palestinese ha proposto l’adesione al trattato istitutivo della Corte. Il Segretario di Stato Bolton è andato su tutte le furie minacciando sanzioni alla già pesantemente sanzionata popolazione araba, sanzionata dalla Storia successiva alla nascita dello Stato d’Israele che la perseguita dal 1948. Ennesima sfuriata americana contro la giurista gambiana Fatou Bensouda che, diventata Procuratore capo del Tribunale Internazionale, ha chiesto di aprire un’indagine sui crimini di guerra commessi in Afghanistan da tutte le componenti in conflitto. L’amministrazione Trump, per mano del Segretario di Stato ed ex guida della Cia Mike Pompeo, ha imposto alla Bensouda un divieto di viaggio nei luoghi d’indagine. In più la Casa Bianca ha espressamente vietato ai cittadini statunitensi di fornire consulenze alla Corte medesima. E’ l’altra faccia del mondo libero, su cui il popolo ucraino può riflettere.  



martedì 15 marzo 2022

Turkmenistan, l’eredità presidenziale

Negli affari di famiglia presenti nelle ex Repubbliche sovietiche, diventate indipendenti fra il 1991 e ’92, il Turkmenistan sta vivendo la sua saga con un passaggio di consegne fra l’ex presidente Gurbanguly Berdymukhamedov, in carica da un quindicennio, e suo figlio Serdar. Il mese scorso papà Gurbanguly, oggi sessantacinquenne, s’è svegliato dicendo che il Paese necessita di forza giovanile e ha indetto elezioni politiche. Serdar si trovava in pole position poiché aveva già ricoperto il ruolo di Primo Ministro e soprattutto perché aveva da poco compiuto quarant’anni, età minima per ricoprire la carica più alta. Il figlio del Capo di Stato aveva in tasca un programma ineccepibile e lo dichiarava ai media: “proseguire sulla via dello sviluppo che la nazione ha intrapreso in questi trent’anni per migliorare le condizioni dei concittadini”. I numeri danno una mano ai presidenti turkmeni: gli abitanti sfiorano i sei milioni e il sottosuolo ha riserve di gas naturale che rendono il Paese decimo produttore al mondo con un Prodotto Interno Lordo fra i più avanzati dell’Asia centrale. Un Pil salito dal 6% al 23% nei primi anni del Millennio in cui lo sfruttamento dei giacimenti di gas è schizzata in alto. Ma la storia politica recente, vissuta fra la capitale Ashgabat e dintorni, ha rappresentato anche una parziale zavorra, perché la florida economia da Stato redditiere che gira intorno allo sfruttamento del sottosuolo (al gas s’uniscono mercurio e tungsteno, seppure con livelli estrattivi meno elevati), aveva prodotto un isolamento nazionale per i colpi di testa del suo primo presidente Saparmyrat Nyýazov, autoproclamatosi “grande condottiero del Turkmenistan”. Figlio d’un eroe della Grande Guerra Patriottica contro il nazismo, Saparmyrat avvicinò la politica negli anni Sessanta, salì ai vertici dopo che Gorbačëv silurò il vecchio presidente. A Nyýazov non piacevano le riforme della perestrojka, si schierò coi golpisti filo Urss, ma col fallimento del colpo di mano egualmente rimase al potere, cavalcando l’indipendenza e non entrando nella Comunità degli Stati Indipendenti.

 

Si teneva equidistante da Russia e Stati Uniti, esaltando un culto personale sostenuto da statue dorate di sé e sua madre e un libro, fra l’epico e il filosofico (Ruhnama), scritto di suo pugno. O almeno fatto passare per tale. Il testo ovviamente finì nei programmi scolastici e fu avvicinato al Corano, confessione seguita dalla maggioranza della popolazione di origine turcomanna, più la minoranza uzbeka (l’altra minoranza russa s’aggira attorno al 5%). L’esistenza, vissuta con un’autoreferenzialità ingombrante per la popolazione e pure per il suo entourage, venne stroncata da un infarto. La ‘corte’ presidenziale s’orientò sul vice Berdymukhamedov che dal 2007 ha guidato la nazione. Cavalcando la citata crescita del Pil e stabilendo con Mosca e Pechino relazioni legate al prodotto primario, che non è il cotone di cui comunque il Paese detiene la decima posizione produttiva mondiale, ma appunto il gas naturale. La Cina ne incamera fra i 30 e i 40 miliardi di metri cubi annui. E la stessa Russia ne acquista per girarlo ai clienti europei, un’operazione sospesa per un triennio a seguito di controversie sul prezzo, evidentemente aumentato da Ashgabat rispetto alla vantaggiosa cifra fino a quel momento strappato da Mosca. Gli affari sono ripresi nel 2019. Nel 2021 i 5.5 miliardi di metri cubi di gas turkmeno annuale - acquisiti da Gazprom (il contratto durerà un quinquennio) sono raddoppiati e diventati 10 miliardi di metri cubi. Ora nell’elezione di Serdar, che ha promesso neutralità pur non citando la crisi ucraina (il Turkmenistan è fra le 35 nazioni astenutesi dal condannare il Cremlino), l’annuncio è giunto con un considerevole ritardo. La schiacciante maggioranza del 73% che l’ha eletto è parsa agli osservatori generosa anche per un figlio di papà qual è Serdar. L’unico a tenergli testa (si fa per dire) è stato un funzionario d’Università accreditato dell’11%. Per due giorni fra domenica e lunedì la Commissione Elettorale dichiarava di dover contare e ricontare schede incerte, quindi annunciava che si attendevano i voti dei residenti all’estero. Comunque alla fine l’eredità è stata ufficializzata. Dopo due epoche di regime entra in scena Berdymukhamedov II. Gli affari del gas possono proseguire, dentro e fuori i confini turkmeni. 


 

venerdì 11 marzo 2022

India, il poker nazionalista orienterà le elezioni 2024

Prendendosi l’Uttar Pradesh – oltre a Uttarakhand, Maripur e Goa – prendendolo col monaco fondamentalista Yogi Adityanath, il partito nazionalista hindu (Bharatiya Janata Party) continua a tenersi stretta l’India in un momento in cui il mondo fibrilla, parla di guerra globale, riassetta supremazie e domini, stabilisce equilibri futuri. Musica per chi fa del desiderio di potere personale, di casta, di patria il suo viatico, mescolando religione e razza, sostenendo la superiorità verso concittadini d’altre fedi, pensando a supremazie interne e globali. Il popolosissimo Uttar Pradesh è l’anima della Federazione indiana, l’incarnazione della tradizione che può farsi fanatismo e il profondo legame con una storia variegata. E’ l’impatto dei numeri – duecentodiecimilioni di anime – che fanno i conti con una vita al tempo lenta e frenetica, poverissima e arrembante verso il futuro. In questa scadenza dell’urna i temuti contadini locali non hanno voltato del tutto le spalle al premier Modi, certo l’hanno ridimensionato. Cinque anni addietro il partito di governo aveva ottenuto 312 dei 403 seggi totali, azzerando ogni altra velleità. Il successo odierno è comunque tondo: il monaco arancione resta padrone dello Stato e con 256 deputati, può continuare a governare sulle città sante dell’induismo e predisporsi a sostituire Modi alla guida del partito e della nazione alle politiche del 2024. Chi doveva metterlo in ginocchio, i progressisti del Samaywadi Party, ottengono una buona fetta di seggi, 110, ne avevano 47, ma non rovesciano il tavolo; mentre scompare quasi del tutto il Partito del Congresso che con solo 2 deputati è ridotto a fare testimonianza di sé. Proprio nelle urne di Varanasi, tanto per ricordare i luoghi sacri hindu, il leader del Samaywadi Party Akhilesh Yadav ha denunciato brogli. “La Commissione Elettorale dovrebbe indagare, abbiamo bisogno di salvare i nostri voti dai trucchi dello spoglio. Mi appello al popolo per salvare la democrazia” ha tuonato l’otto marzo. E riferendosi a exit-poll senza proiezioni sicure, che davano per vincitore il candidato del Bjp, sosteneva come quest’approccio ha condizionato il voto. Gli avversari hanno snobbato le illazioni, e con un giorno d’anticipo sulla chiusura elettorale (10 marzo) hanno iniziato a danzare per strada inondando di fiori i propri candidati vincenti.

 

Lo Stato dove il Bjp non sfonda è il Punjab, la terra dei cinque fiumi (Satluj, Bias, Ravi, Chenab, Jhelum) e dei trenta milioni di abitanti, fra cui molti agricoltori.  Finora governato dal Partito del Congresso che vorrebbe opporsi a Modi, ma i trascorsi infangati da corruzioni d’ogni sorta lo stanno corrodendo. Qui il voto popolare ha premiato Aam Aadmi Party, un gruppo con un decennio di vita il cui leader Arvind Kejriwal, diventato Primo ministro dello Stato di Delhi, ha l’ambizioso piano di voler creare un’alternativa al duopolio Bjp-INC. In qualche area ci sta riuscendo poiché i 92 deputati ottenuti nel Punjab contro i 18 del Partito del Congresso (i governativi del Bjp, 2 seggi, sono sempre stati fuorigioco) hanno sotterrato ogni ambizione di ripresa del clan Gandhi. Nel Punjab Indian National Congress, vincitore nel 2017 con 77 deputati su 117, era stato scosso da conflitti intestini. A due mesi dalle elezioni aveva rimpiazzato il proprio premier, Amarinder Singh, con un altro politico scelto fra i Dalit, Singh Channi. Furioso il leader dismesso aveva formato un raggruppamento personale (Lok Congress) alleatosi col Bjp. Una mossa infruttuosa per lui e per il partito di Modi, usciti perdenti dalla consultazione panjira. Chiudono lo scacco matto hindu l’Uttarakhand - dieci milioni di abitanti, più della metà della comunità sikh, attraversato a nord dalla catena himalayana che fino al 2000 era unito all’Uttar Pradesh - dove il Bharatiya Party ottiene 48 seggi e il Partito del Congresso 18. Manipur, la “terra ingioiellata” area orientalissima a fianco del travagliato Myammar, tre milioni di cittadini fra cui l’etnìa Meitei di ceppo cinese. Il Bjp conquista 32 seggi, National People’s Party 7. Infine Goa lo Stato più piccino con un milione e mezzo di anime, ex colonia portoghese affacciata sul Mare Arabico, il Bjp incamera la metà dei posti: 20 seggi su 40, ICN 11, AAP 2. Anche nelle latitudini indiane l’affluenza alle urne è risultata deficitaria: i votanti sono stati il 55% degli aventi diritto.

mercoledì 9 marzo 2022

Sainikhesh, foreign fighter indiano

Uno su settantadue milioni è media infinitesimale, bisognerà vedere se le percentuali aumenteranno in funzione di quanto proseguiranno guerra e resistenza. Alcune testate indiane hanno messo in risalto la vicenda dello studente d’ingegneria Sainikhesh Ravichandran originario dello Stato meridionale Tamil Nadu che conta appunto 72 milioni di abitanti. Sainikhesh studia ingegneria aerospaziale presso l’università di Kharkhiv, a questa passione aggiungeva sin dagli anni del liceo quella militare. Finora inappagata. Terminata la scuola superiore aveva provato ad arruolarsi nell’esercito del suo Paese, era stato respinto per motivi di altezza. Le note diffuse dall’agenzia Ians dicono che il ragazzo aveva provato anche con l’esercito statunitense. Invano. Nel 2018 il trasferimento in Ucraina per frequentare l’università. E accanto ai corsi accademici ha aggiunto quelli paramilitari. Il terreno risultava fertile ben prima che dell’invasione russa, le tensioni interne con le regioni separatiste di Donetsk e Lugansk avevano visto nascere gruppi paramilitari sin dal 2014, reparti come la Legione Nazionale Georgiana nella quale il giovane  indiano ora s’è arruolato, diventati supporto dell’esercito di Kiev. I genitori di Sainikhesh, che si mostra orgoglioso con elmetto e fucile d’assalto assieme ad altre neo reclute nelle immagini postate dal gruppo sui social media, sono rimasti basiti alla notizia. Hanno provato tramite il consolato indiano, che s’occupava di altri universitari rimasti bloccati alla frontiera polacca nel tentativo di riparare all’estero, di far recedere il figlio dalla svolta bellica. Senza esito. Afflitto il padre dello studente  dichiarava al Times of India: “Sono terribilmente sconvolto, mio figlio sta seguendo le incessanti richieste d’aiuto del governo ucraino di reclutare combattenti stranieri. Fondata otto anni addietro da tal Mamuka Mamulasvili  -  giovanissimo guerrigliero  dell’Abkhazia, così recitano le sue note biografiche diffuse sul web - la Legione Georgiana, s’è messo al servizio del presidente Zelensky riconoscendogli leadership e decisionismo. Pur aggregando miliziani d’ogni provenienza - conta su volontari statunitensi, britannici, svedesi, lituani, messicani, e ora indiani - Mamulasvili dichiara di voler tenere alla larga fanatici neonazisti e suprematisti. Nulla a che fare col Battaglione Azov, ma a sostegno delle azioni armate e dell’addestramento militare intrapresi la sua visione socio-politica appare parziale se non proprio offuscata. In un’intervista ha affermato: “La Russia dipende storicamente dall’Ucraina perché la Russia non ha una sua storia”. In questa bolgia s’è infilato Sainikhesh, forse più per la frustrazione d’una divisa mai vestita, che per senso d’appartenenza a un disegno di resistenza internazionale. Certo, la tradizione Tamil è combattente, i tamil malesi all’interno dell’Indian National Army s’opposero al dominio coloniale britannico, ma in questa storia i genitori di Sainikhesh non si danno pace. E la pace sembra una chimera. Mentre c'è chi stravede per armi e guerra, nei due fronti e oltre quelli. 

 

martedì 8 marzo 2022

Guerre e globalismo armato

Hai voglia a dire pace e diplomazia. Se il mondo bipolare della Guerra Fredda ha avuto il suo stop il 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino, e ancor più con la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica, i giganti della globalizzazione armata hanno proseguito la corsa agli armamenti, nucleari e non, fomentando e inventando conflitti, incrementando il mercato delle armi da vendere a Paesi alleati con la presunzione d’una generalizzata “sicurezza”. Sicurezza di chi? Non certo delle popolazioni che si trovano a subìre decisioni prese sulle proprie teste da un ceto politico in tanti casi eletto, ma eletto per fare guerre? Difficile trovare fra i milioni di profughi che dall’inizio del Millennio vagano per il mondo, fuggendo dalle decine degli scenari di guerra avviati e tenuti aperti anche per anni o decenni, dei sostenitori della guerra. Magari possono essere stati elettori di quei Capi di Stato responsabili dei conflitti, però la fuga dai luoghi natii è già sconfessione dei propri leader, dei loro alleati vissuti come nemici di ritorno, accanto ai nemici contro cui si combatte. Guerra o pace che sia, gli affaristi delle armi proseguono un proselitismo vantaggiosissimo col benestare di partiti e parlamenti - gli stessi indignati per la follìa d’un presidente, d’un regime, d’una potenza mondiale o regionale - che decidono di perpetuare il mestiere delle armi e il lucroso suo mercato. 

 

Secondo un recente rapporto Sipri (Stockholm International Peace Reserch Institute) gli Stati Uniti producono il 54% del materiale bellico circolante nel mondo. La Cina avanza e s’attesta al 13%, seguono Gran Bretagna 7.1% e Russia 5%, poco sotto la Francia 4.7%, staccata la Germania 1.7%. Ma è recente il richiamo del Bundestag all’acquisto di armi: ben cento miliardi per rimpolpare arsenali contenuti per oltre un settantennio quale  espiazione dalla carneficina innescata dal Terzo Reich. L’Italia sta nel restante 15.3% globale, dominato da Giappone e Israele, ma non nasconde le eccellenze delle sue aziende (Leonardo, Mbda, Beretta) che contribuiscono a offrire “lavoro” e sollevano il Pil nazionale. Nel chi vende a chi e per cosa può brillare l’altra faccia dei giganti bellici statunitensi (Lockheed Martin, quella dei famigerati F35, Boeing che costruisce gli elicotteri da combattimento Apache in azione dal Vietnam all’Afghanistan, Northrop Grummann coi suoi sistemi di rilevazione chimica, biologica, radiologica, nucleare ed esplosivi). E’ l’area delle industrie russe e del loro rapporto privilegiato con partner geopolitici che non da oggi, e oltre Putin, alimenta questo mercato. Va da aziende come Kalashnikov Koncern fondata ai tempi dello zar Alessandro I, veterana nei fucili d’assalto e di precisione come il Mosin-Nagant, alla staliniana Uralvagonzavod (carri armati del tipo T-72 e T-90, carri cisterna, veicoli militari). 

 

Le sofisticate aziende aeronautiche e aerospaziali Obʺedinennaâ aviastroítelʹnaâ korporáciâ (MiG, Tupolev, Sukhoi) e la più recente Rostec, fondata nel 2007 questa sì da Putin, costruttrice di elicotteri da combattimento e rifornimento.  Il gioiello degli ultimi tempi dell'industria moscovita MKB Fakel, sorta nel 1953 con lo scopo di creare missili terra-aria per contrastare eventuali attacchi dai cieli dell'Alleanza Atlantica, è il missile antiaereo S-400. Arma  che ha spopolato nelle commesse cinesi e fra gli alleati bielorussi, ma pure fra gli amici di Washington (Arabia Saudita) e membri Nato come la Turchia con scorno del Pentagono. Oppure fra chi si pone a metà strada: l'India di Modi. E nei conti in tasca al despota russo e ai suoi amici oligarchi si conteggiano i recenti acquisti armati a suon di miliardi di dollari: 6.5 è l'investimento dell'India (Mig, elicotteri da combattimento oltre ai carri T-90), 5 della Cina, ma ci sono anche le meno solventi Algeria ed Egitto rispettivamente con 4.2 e 3.3 miliardi. Il disastrato Iraq spende oltre un miliardo di dollari in rifornimenti bellici russi, più del doppio dell'Iran. E poi Viet-nam, Kazakistan, Siria, Angola. I clienti non mancano in giro per il mondo sia fra chi gli armamenti li usa, sia per chi li ammassa per deterrenza o «sicurezza» che spesso significa repressione delle tensioni interne. Gli indefessi pacifisti nostrani ricordano come col costo d'un F-35 (130 milioni di euro) si potrebbero costruire 387 asili-nido o venti treni per pendolari. E se proprio qualcosa deve volare s'acquisterebbero cinque Canadair, che invece quando la terra brucia non per le bombe, lo Stato affitta da aziende private. Da 8 a 15.000 euro l'ora, secondo l'emergenza.  

domenica 6 marzo 2022

Peshawar, martire e martirizzati

L’hanno onorato come martire Julaibeed al-Kabuli, il miliziano che si è portato nel Janna sessantatré fedeli oranti nella moschea sciita di Peshawar. La celebrazione accanto alla rivendicazione dell’attentato è dell’Isis-Khorasan che s’è attribuito la paternità dell’attentato dello scorso venerdì. Tutto mentre venivano svolti i funerali dei poveri cittadini colpiti dalla follìa fondamentalista sempre pronta a cercare fra gli sciiti obiettivi sicuri delle proprie sanguinarie azioni. Altre trentasette persone restano ospedalizzate e per cinque di loro la situazione è disperata. Un comunicato della polizia, che si dice sulle tracce degli altri membri della cellula terrorista, afferma come quel nome sia uno pseudonimo usato dai membri dell’Isis per proteggere i familiari da indagini poliziesche. Mentre le forze dell’ordine si dicono certe di poter rintracciare altri componenti della cellula. Anche perché hanno ricevuto informazioni sulla provenienza afghana dell’attentatore che si sarebbe unito al gruppo del Khorasan seguendo un percorso di adesione alla Jihad nei territori di confine. Al di là del singolo attentato, comunque sanguinosissimo, gli organi di sicurezza pakistani sono in allarme per la ripresa di operazioni terroristiche sul proprio territorio, perciò mette sotto osservazione il separatismo dei Beluchi, i gruppi del nord Waziristan, i temibili Tehreek-i Taliban.  La stessa sigla del Khorasan che opera in territorio afghano avrebbe trovato riparo fra i porosi confini delle Fata e in quelli settentrionali, dove il flusso di profughi fra Jalalabad e Peshawar prosegue copioso. Dentro queste trasmigrazioni si sono celati i jihadisi fuggiti dalle prigioni dopo la conquista talebana di Kabul della scorsa estate. Una parte di essi è stata catturata, e passata per le armi, dalle truppe dell’Emirato, altri sono parcheggiati nei campi di accoglienza dei flussi di gente proveniente dall’Afghanistan.

sabato 5 marzo 2022

Afghanistan, appare Haqqani fra i taliban in alta uniforme

Sfilata d’onore e foto pubbliche per il ministro dell’Interno dell’Emirato dell’Afghanistan, Sirajuddin Haqqani di cui per anni girava solo l’immagine segnaletica, semicoperta da un mantello, divulgata dalla Cia che valutava la sua testa 10 milioni di dollari. A lungo quella foto fece il paio con l’iconica (almeno per gli studenti coranici) inquadratura del mullah Omar che guardava severo con l’occhio rimasto buono. Neppure nel momento mediatico più alto per i turbanti afghani, nei frenetici giorni seguiti all’ingresso a Kabul del 15 agosto - quando ancora imperversavano le telecamere occidentali a mostrare i concitati preparativi di fuga statunitense, la massa di cittadini che spingeva all’aeroporto Karzai sperando di salire su un volo, col Gotha taliban dispensatore di conferenze stampa e pubblici incontri coi media - il temibile capo del suo clan, supervisore di uno dei settori chiave del potere, fu immortalato da alcun fotografo. Ed eccolo materializzarsi stamane, mentre passa in rassegna reparti dell’Accademia di polizia nella capitale afghana. Tutti tirati a lucido, vestiti in uniforme, schierati sotto il vessillo bianco dell’Emirato. Gli scatti sono stati diffusi ufficialmente con tanto di commento del portavoce governativo Zabihulla Mujahid. Invece fino alle soglie della chiusura del 2021, quando le delegazioni talebane viaggiavano sino in Europa (Oslo) per incontri sull’assetto futuro del Paese, il volto di Haqqani appariva nascosto o sfocato. Fra i primi commenti a questo cambio di passo negli stessi attuali vertici afghani ci può stare una totale legittimazione della sua persona garantita anche dall’estero, forse persino dalla Casa Bianca che lo declassa dal ruolo di terrorista. Ma è solo un’ipotesi. Collegata, comunque, al realismo politico che negli ultimi due mesi ha avvicinato esponenti del governo di Kabul a rappresentanti di potenze regionali e mondiali per mediare sulla geopolitica nell’area. Parlando del network Haqqani la chiamata di correo a strutture come l’Inter Service Intelligence di Islamabad è d’obbligo. L’aiuto, le coperture ai talebani interni ed esterni sono note da tempo, appartengono ai giochi sporchi degli apparati pakistani della forza, l’altra lobby è l’Esercito. Del resto la designazione ufficiale di Sirajuddin quale ministro dell’Interno ai vertici dell’Emirato era avvenuta dopo una visita lampo del responsabile dell’Isi a Kabul. E se fra gli analisti c’è chi sostiene come le ultime mosse della diplomazia dei turbanti miri all’uscita dal cono d’ombra che l’ha protetto e comunque caratterizzata finora per cercare una dimensione “governativa”, altri restano scettici. Perché nella rete Haqqani ci sono fratelli, zii, pur collocati ai vertici dell’Emirato, che hanno una radicata e lucrosa attività con le mafie mondiali per il traffico dell’oppio e praticano la spartizione di affari con insospettabili dell’economia non solo mediorientale. Oltre agli antichi sanguinari attentati (2004, 2008) attribuiti al gruppo, resta il chiodo fisso sugli stretti rapporti con al-Qaeda, che non è più quella d’un tempo, ma non s’è neppure dissolta. Il ministro Sirajuddin continua a fare il doppio gioco oppure ormai è solo un fotografabile talebano di governo?

venerdì 4 marzo 2022

Peshawar, la bomba

Tornano le bombe e i corpi sventrati in medioriente. Mentre l’attenzione mediatica è concentrata sullo scenario ucraino, dove i venti di guerra non tendono a fiaccarsi e investono anche un impianto nucleare, la moschea sciita di Peshawar si riempie di sangue innocente. Nel corso della preghiera del venerdì un commando non identificato ha attaccato a colpi di kalashnikov la vigilanza esterna, mentre due miliziani penetravano nel luogo di culto. Un sopravvissuto ha dichiarato alla polizia, che sostiene d’aver avviato indagini: “E’ stato un attimo, non ho fatto in tempo a girare gli occhi che mi si sono riempiti di polvere. Una deflazione tremenda, corpi mutilati e lamenti”. Oltre a trenta cadaveri si contano per ora sessanta feriti e si teme che molti non ce la faranno. L’area centrale nel quartiere Namak Mandi, dove sorge la moschea Kosha Risaldar e lo storico bazar Qissa Khwani, è stata isolata dalle forze dell’ordine, sebbene il nucleo che ha perso il kamikaze pare scomparso nel nulla. Sebbene finora nessuna sigla armata ha rivendicato l’azione, il pensiero vola agli agglomerati dell’Isis Khorasan che agiscono sul confino afghano-pakistano e che negli ultimi giorni hanno riproposto agguati, dopo un periodo di stanca. Il premier Khan e il ministro dell’Interno Rashid hanno emanato comunicati di condanna per l’attentato e un ritorno a barbare esecuzioni di gente comune che seminano odio e morte. Note del ministero fanno riferimento alla “larga cospirazione” che riprende fiato. Quella del maggiore gruppo fondamentalista Tehreek-e Taliban, con cui l’esercito s’era duramente scontrato negli ultimi anni, subendo attentati strazianti:  alla scuola dei familiari di militari proprio a Peshawar (145 vittime totali, di cui 132 bambini e ragazzi), che resta nella memoria dei due fronti contendenti. 

 

Potentissimo quello della lobby militare, condizionante sulla politica che cerca di barcamenarsi con l’altra ingombrante presenza interna: il fondamentalismo organizzato, non solo dei gruppi marchiati come terroristi. Negli ultimi mesi del 2021 Khan aveva aperto le porte a un confronto coi Tehreek Labbaik Pakistan che, manifestazione dopo manifestazione, avevano bloccato il traffico commerciale fra il nord e il sud del Paese. In maniera tutto sommato pacifica ma determinatissima, organizzando giganteschi sit-in sulle maggiori vie di transito. Volevano si applicasse rigorosamente la Blasfemy law contro le minoranze cattoliche e ahmadi presenti sul territorio. Cedendo alla loro pressione, liberando l’incendiario leader Rizvi accusato di arringhe fondamentaliste e per questo arrestato, fra governo e Labbaik s’era aperto un confronto conclusosi poi con un nulla di fatto. Ma come nelle madrase deobandi si continua a predicare contro gli infedeli, così l’estremismo politico si ripresenta con l’arma del ricatto di caos e sangue. Khan, che l’anno prossimo dovrà affrontare elezioni tutt’altro che tranquille, è fra due fuochi. Cerca di mostrarsi lungimirante per l’economia nazionale prendendo a cuore, fra l’altro in un contesto mondiale intricatissimo, la questione energetica. Da qui il suo viaggio a Mosca per discutere del Pakistan Stream nel giorno in cui Putin scatenava l’intervento oltre il confine ucraino. E non celando mire egemoniche regionali verso il malandato e abbandonato Emirato afghano. Se dietro l’attentato di stamane ci siano i talebani pakistani, i loro alleati dell’Isis Khorasan o il più potente gruppo taliban di Kabul quello degli Haqqani, sarà tutto da scoprire. E non lo farà certo l’Intelligence interna, che coi turbanti tuba non da oggi. Di fatto il quadro dell’instabilità nel popoloso e nucleare Paese Islamico prosegue.