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mercoledì 29 maggio 2019

Avanza l’India per soli indù


Narendra Modi, trionfatore delle elezioni indiane, dice: i partiti d’opposizione hanno ingannato le minoranze, innanzitutto islamiche. Esse sono schiacciate in un angolo, soggette a immaginarie paure. Eppure fra i 303 deputati eletti dal Bharatiya Yanata Party non c’è neppure un musulmano, fa notare qualche commentatore locale non schierato. E chi osserva con occhio critico il governo aggiunge “Col verdetto elettorale la maggioranza indù dà sfogo alle insoddisfatte aspirazioni di un’India indù. Se Modi è interessato alla condizione delle minoranze, allora dovrebbe fermare le manifestazioni d’intolleranza contro i musulmani che sono proseguite dopo il suo successo elettorale”. In questi giorni si sono verificati casi di pestaggio anche di donne e bambini islamici e dall’insediamento di Modi a primo ministro i linciaggi a sfondo religioso, la costruzione di templi al posto di moschee, l’introduzione di norme volte a escludere gli islamici si sono riproposti alle cronache ampliando certi contorni già conosciuti in altre fasi. Del resto il passato di Modi, ragazzo povero e politico che s’è fatto da sé, parla chiaramente della fascinazione che aveva avuto davanti al fanatismo religioso. Nel nativo distretto Gujarati da giovane aveva militato nel Rashtriya Swayamsevak Sangh, gruppo paramilitare indù da cui proveniva l’assassino del Mahatma Ghandi. Quell’omicidio accadeva nel gennaio 1948, due anni prima che Modi nascesse.
Ma il gruppo del fanatismo indù, seppure per anni non raccolse un gran seguito fra gli indiani, aveva nel dna certi princìpi che tuttora circolano nell’estremismo induista: considerare il proprio credo non una religione, bensì un percorso di vita e di cultura del popolo di quella terra. Da lì il passaggio per l’India indù il passo è breve. L’opinionista Saeed Naqvi, ascoltato da Al Jazeera, ritiene che il Bjp alimenti un piano mono-religioso per un’India solo induista, progetto da portare a termine in alcune decadi. Invece alcuni avvocati indiani dei diritti intervistati sul tema sempre dalla tivù qatarina dichiarano che tale tendenza “Può portare a un vero e proprio scippo di diritti per l’istruzione, l’assistenza sanitaria, il voto a danno dei cittadini indiani seguaci dell’Islam”. E c’è chi rammenta come simili esasperazioni possono riaprire quelle ferite che nel 1947 determinarono il contrasto politico-religioso con le cosiddette ‘spalle islamiche’: il Pakistan occidentale e quello orientale, divenuto nel 1971 Bangladesh a seguìto di un ulteriore passo d’indipendenza. Paesi che hanno 1.3 miliardi (India), 220 (Pakistan) e 168 milioni (Bangladesh) di abitanti… L’agenda suprematista della destra indù mette in allarme quei musulmani fautori d’un percorso politico legale e democratico. Costoro sanno che il fanatismo jihadista non aspetta altro per rilanciare indiscriminati atti di terrore e rinfocolare rancore fra i fedeli dell’Islam.
Proprio il tema della sicurezza contro il terrorismo ha rappresentato un punto cardine della campagna elettorale di Modi, con riferimento all’ultimo attentato suicida attuato in Kashmir che aveva ucciso quaranta militari indiani. In seconda posizione la promessa di fermare l’onda di migrazione dal Bangladesh (in maggioranza musulmano) verso lo Stato indiano, mentre il governo consente l’ingresso di migranti indù violando la Costituzione secolare della nazione. Nei comizi elettorali lo staff del Bjp definiva ‘termiti’ i cittadini bengalesi, accentuando i toni xenofobi e dalle parole dei politici gli attivisti indù passavano ai fatti aggredendo cittadini di diversa fede. Il timore che la schiacciante vittoria alle urne del partito governativo ringagliardisca ulteriormente la destra razzista che agisce all’interno dell’organizzazione è reale. In aggiunta si temono mosse legislative, come l’abolizione di quegli articoli costituzionali che tutelano le minoranze nell’amministrazione regionale. Scelta che infiammerebbero aree già esplosive come, appunto, il Kashmir. Taluni commentatori azzardano un paragone con Israele, sostenendo che le scelte di Modi prendono la china assunta dai sionisti coi palestinesi: attuare un’apartheid ignorando i diritti dei cittadini e la comunità internazionale. Eppure, oltre la fede, la destra pro induista sta trovando sostegno dalle classi più umili, da quei lavoratori poveri che vedono nel presidente un loro simile capace di raggiungere il vertice sociale. Un concetto diverso dalla stessa visione induista propensa a una rigidità di casta, che decreta un ruolo sin dalla nascita per potere divino.

lunedì 27 maggio 2019

Yassıada, lo scoglio d’una Turchia in cerca di libertà


Yassıada, che gli antichi dominatori greci chiamavano Plati, è quasi uno scoglio. Minùta, trecento metri per centocinquanta, emerge solo per quarantasei dalla superficie marina. Appartiene al gruppo delle Isole dei Principi nel Mar di Marmara. Si presta ad essere un luogo di esclusione e reclusione, magari non solitario  come la Sant’Elena di Napoleone o le letterarie d’If e Alcatraz, ma già in epoca bizantina ospitava esiliati come il patriarca armeno Narsete il Grande. Dopo la sua prigionìa i bizantini continuarono a deportarvi nemici. Fra un passaggio e l’altro, oltre che di epoche di domini, si giunse agli Ottomani e ai turchi repubblicani, finché un politico che da quel partito unico proveniva, fondò un nuovo gruppo chiamato Democratico. Quest’uomo, Adnan Menderes, divenne primo ministro della Turchia nel 1950 e per dieci anni guidò una nazione arretrata con metodi che oggi sarebbero definiti populisti. In questo superò lo stesso Kemal Atatürk, rompendo l’inflessibile rigidità laica inseguita dall’inventore della Turchia post ottomana. Pur non opponendosi all’occidentalizzazione del Paese, aprì a quella tolleranza del culto esibito, ad esempio la preghiera, che il padre della patria aveva vietato.

Menderes ripristinò rapporti con gli stati islamici e aprì l’economia a un liberismo fino a quel momento sconosciuto in Anatolia, rendendosi popolare per aver elargito parte dei suoi possedimenti agricoli a piccoli proprietari. Un aspetto non lo differenziava affatto da Atatürk: l’intolleranza verso le critiche che lo condussero a censurare la stampa, incarcerare giornalisti, perseguitare oppositori. Vecchio vizio del potere non solo turco, ma qui riprodotto e incrementato dall’aggiunta di nuove persecuzioni xenofobe. Tristemente famoso il pogrom antiellenico di Istanbul, partito dal rione di Pera, l’attuale Beyoğlu, e ampliato lungo le centralissime piazza Taksim e İstiklal Caddesi dove i mercanti di quella comunità conservavano storici esercizi. Dopo un decennio anche Menderes cadde vittima dell’intolleranza. Non solo venne deposto da un golpe militare (nel 1960, il primo della triade che asfissiò il Paese nei due decenni seguenti), ma l’anno successivo fu addirittura impiccato. Il suo luogo di detenzione era proprio l’isola di Yassıada. Quello di esecuzione l’isola di İmrali.

Stranezze dei ricorsi storici. Quest’ultima isola, più consistente del quasi-scoglio di Yassıada, ha continuato a essere un supercarcere speciale. Da trent’anni ospita uno dei più organici oppositori al politico diventato l’uomo simbolo della Turchia islamista. Parliamo del leader kurdo Öcalan opposto al presidente Erdoğan. Il primo è rinchiuso a İmrali dalla data della rocambolesca cattura: 1999. I due, fino a cinque anni addietro, avevano anche intavolato trattative per superare l’impasse d’un sanguinoso scontro interno. Poi Erdoğan ha mutato linea e i contrasti sono ripresi armati e feroci. Ieri ci sono stati due pronunciamenti: Öcalan tramite i suoi avvocati ha chiesto ai militanti kurdi - che dallo scorso novembre praticano uno sciopero della fame affinché cessi il suo isolamento - di terminare la protesta. Il gesto estremo ha condotto alla morte otto attivisti-prigionieri senza far mutare la posizione del governo. Il presidente turco ha reso esecutivo quanto già annunciato: nominare Yassıada ‘isola della democrazia e libertà’. Iniziativa meritoria, se ai pronunciamenti seguissero veri passi utili ad ampliare queste categorie che in più epoche e con differenti governi la Turchia ha negato e tuttora nega. Un segnale concreto sarebbe, modificare l’essenza anche di İmrali. E liberare tanti detenuti d’opposizione, kurdi e non, reclusi solo per le proprie idee oppure. Come accade a Öcalan, simbolo del sogno di autodeterminazione d’un popolo.

giovedì 23 maggio 2019

India, vince Modi e rilancia la sfida a Stati e mercati


Le più grandi elezioni del mondo (900 milioni di elettori, quasi 700 liste, anche se in gran parte ininfluenti, 8000 candidati, un milione di seggi) svelano la scelta del gigante asiatico - 1,34 miliardi di persone e ulteriore crescita in corso - che vuol pesare sempre più sulla scena globale. Il presidente uscente Marendra Modi, pose ieratiche, cuore fanatico e prassi divisiva nonostante tutti i pronunciamenti, conserva il primato. Il suo partito, il nazionalista hindu, Bharatiya Janata Party ha conquistato (finora col 60% del voto conteggiato) 350 dei 542 seggi del Parlamento indiano. Il maggior gruppo  d’opposizione l’Indian National Congress, guidato dall’ultimo rampollo della famiglia Ghandi, Rahul, s’accaparra una settantina  di deputati. Finisce, dunque, con una riconferma la lunga maratona elettorale avviata l’11 aprile passando per sette scadenze di voto nella nazione che è di per sé un continente. Termina favorevolmente per un uomo nato povero, che piace alle classi più umili. Sin da quando diventò governatore dello stato Gujarat (uno dei 29 della mega nazione indiana insieme ad altri sette cosiddetti Territori) questi ceti l’hanno sempre sostenuto, e la sua ascesa nel 2014 partì proprio dalla conquista di 71 seggi popolari nell’Uttar Pradesh, l’area indiana che conta 200 milioni di anime. Poiché il potere attira consensi, nei cinque anni da leader Modi ha incontrato le simpatie anche di tanti industriali in cerca di buoni affari che, la voglia del presidente di primeggiare al fianco dei grandi del mondo, ha lusingato non poco.

La popolarità interna è cresciuta attorno al decisionismo tanto di moda in salsa globale. Negli ultimi tempi questo decisionismo per interessi nazionali ha virato più sulla forza economica, compresa quella militare tenuta in grande considerazione da alcune componenti interne al Bjp. La crescita economica, anche prima della salita al potere di Modi, rappresentava il motore e l’orgoglio del secondo gigante asiatico, il confronto diretto e indiretto con la Cina è inevitabile, e seppure ha visto quest’ultima prevalere su scala globale gli indiani non hanno perso colpi. La loro crescita risulta più lenta rispetto ai concorrenti, ma è costante e prosegue, mentre i cinesi hanno subìto rallentamenti. Ma al di là della sperequazione sui tassi di crescita, che Modi aveva promesso più elevati e gli oppositori gli rinfacciano, diversi analisti hanno evidenziato l’aumento della disoccupazione sospinta sia dall’incremento demografico, sia dalla tipologia dei lavori tuttora maggiormente praticati che riguardano il settore agricolo e quello  informalo con un’ampia diffusione in ambito domestico. Proprio questi lavoratori, sfruttati e sottopagati, costituiscono l’anello debole d’una società che ha abolito le antistoriche caste, però per i contrasti religiosi (con le minoranze islamiche e cristiane) e anche all’interno della stessa fede hindu di cui il partito del presidente si fa scudo, crea divisioni ed emarginazioni.

Eppure tutti impazziscono per Modi. Questo dicono i dati dello spoglio elettorale favorevolissimo per l’uomo autoritario che cerca capri espiatori quando sottolinea che l’India è hindu, il Kashmir è un covo di terroristi, i pakistani sono nemici da combattere. Il tema della sicurezza volutamente ha preso il centro nelle ultime settimane di campagna elettorale. Modi ha parlato molto meno del desiderio di grandezza economica perché l’argomento è lacunoso, mente la difesa nazionale gli ha offerto consensi trasversali, forse anche sul terreno religioso (voci raccolte da Reuters riferiscono di consensi addirittura fra i musulmani). Certo il rampollo Ghandi - quarantottenne e quarta generazione del clan, nipote di Nehru, il fondatore dell’India moderna, e figlio di Indira - non era all’altezza della sfida. S’è gettato tardi in politica, in una fase in cui l’Indian National Congress era travolto da scandali di corruzione. Gli apparati del partito hanno pensato che i recenti insuccessi di Modi nelle amministrative di tre Stati chiave potessero servire a un rilancio dell’Inc, ma non è stato così. Hanno commesso l’errore di affidarsi a un elemento scialbo che poco o nulla poteva contro l’oratoria infuocata d’un avversario retorico. Il nome e il casato non sono serviti in un’India tradizionalista sì, ma che non appare nostalgica. Un’India pretenziosa e muscolare per ora invaghita dell’uomo duro.  

martedì 21 maggio 2019

Egitto, piramidi insanguinate


Nel dubbio spara. E uccidi. E’ la legge speciale applicata in Egitto contro i sospetti di terrorismo. Ieri ne hanno subìto le letali conseguenze dodici elementi considerati militanti del gruppo Hams, che può essere (non è certo) l’autore dell’attentato con cui erano stati feriti alcuni sudafricani che viaggiavano su un pulmino turistico in prossimità delle piramidi di Giza. Lo scorso dicembre un agguato simile, nella stessa località, era costato la vita a quattro vietnamiti. L’ordigno fatto esplodere al passaggio del mezzo era rudimentale, ma secondo le note del ministero dell’Interno risponde a un piano per limitare una delle fonti d’entrata del Paese. Intento sicuramente reale, peraltro perseguito già in passato da organismi jihadisti. Sul ruolo di questo gruppo, accusato dai militari egiziani d’essere il braccio armato della Fratellanza Musulmana, ipotesi anch’essa possibile dopo la repressione scatenata dall’estate del 2013 e la messa fuorilegge della Confraternita, indagano i magistrati. Lo fanno dal giugno 2015 quando il capo procuratore Hisham Barakat, fu colpito a morte. Nei periodi seguenti altri attentati sono stati attribuiti all’organismo il cui nome in arabo significa “Movimento delle braccia d’Egitto”. Dall’uccisione di graduati di polizia e di magistrati, il gruppo s’è reso celebre per aver cercato d’uccidere l’ex Gran Muftì Ali Gomaa, mancando il bersaglio.
I proclami lanciati nelle azioni violente e in varie circostanze sanguinarie facevano riferimento ad ‘Allah che protegge la rivoluzione punendo i criminali che s’oppongono al popolo credente’. Musica per gli intenti repressivi dell’apparato del presidente Al Sisi che finora colpiva i miliziani nel corso di azioni di controllo del territorio e operava arresti. Un gigantesco processo venne attuato nel gennaio 2017 con oltre trecento presunti adepti a Hams, tutti accusati di azioni terroristiche e per questo condannati a dure pene detentive. Con l’operazione di ieri i sospettati non vengono neppure più spediti in galera, ma passati per le armi sul posto, com’è accaduto nell’area periferica del Cairo di El-Sharouk, dove casupole e possibili nascondigli sono diventati luogo d’un vero tiro a segno. Del resto, a detta del governo, questi terroristi assassini non meritano sorte diversa e nessuno recrimina né rivendica un’altra, neppure amici e familiari che potrebbero subìre simili trattamenti per collusioni, coperture o connivenza. Così ben poca udienza ricevono i documenti di Amnesty International nordafricana che denuncia questo genere di uccisioni extragiudiziarie, accanto alla violazione di diritti umani. Per il terrorismo che infesta il Paese Sisi ritiene la procedura in corso il male minore. E per non ingolfare le prigioni l’eliminazione diretta, comunque già conosciuta in altre fasi, è diventa una pragmatica realtà.

lunedì 13 maggio 2019

Turchia, bastonare il pensiero critico


Il dialogo a suon di mazzate e che mazze, quelle da baseball, che hanno portato in ospedale lo scrittore Yavuz Selim Demirağ, commentatore in uno dei quotidiani turchi (Ȳenicağ) che resistono all’omologazione governativa, ribadisce l’illegale panorama che il regime dell’accoppiata Akp-Mhp ha stabilito da due anni nel Paese. Certo, la politica ufficiale seguirà il suo percorso, così come ha fatto fermare sei presunti aggressori (poi rilasciati) parlerà di teppismo, ma tutti sanno che quella spedizione punitiva non è né isolata né un’iniziativa autonoma. E’ frutto del clima violento seminato dalle più alte istituzioni, a partire dall’ambigua figura del presidente fiero sostenitore dell’equazione avversari e pensatori critici uguale terroristi. Verso costoro tutto è ammesso per ‘amor di patria’. Lo sa bene il leader del partito repubblicano Kılıçdaroğlu, che s’è recato a visitare il ricoverato Demirağ, dopo aver subìto nelle scorse settimane egli stesso un’aggressione, meno violenta solo perché era circondato da guardie del corpo. Se, dunque, in Turchia si picchia il capo dell’opposizione, sicuramente può accadere di peggio a chi esprime ogni genere di pensiero inviso all’attuale ‘padre della Turchia’.
Giornalisti, scrittori, avvocati dei diritti, attivisti kurdi e di sinistra sono da anni obiettivo di quest’escalation che li ha trasformati in cadaveri, detenuti e perseguitati professionalmente e umanamente. Una faida cresciuta nel corso della grande epurazione anti gülenista che non ha risparmiato altre sponde. Ora i magistrati erdoğaniani, non si può non definirli tali visto che chi oggi veste la toga riesce a farlo grazie al placet del presidentissimo, potranno indagare sull’identità politica degli assalitori del giornalista per scoprire se sono militanti dell’Akp, come i pugilatori di Kılıçdaroğlu. Oppure appartengono agli alleati ‘Lupi grigi’ da sessant’anni avvezzi a spedizioni punitive, l’elemento più tenero del loro paramilitarismo diviso fra ideologia panturchista e sostegno della Cia. Ma per quanto mostra la politica turca interna, di strada e di Palazzo, queste differenze sono sbiadite. Ben al di là dell’alleanza elettorale, che offre seggi al partito nazionalista (Mhp) e garantisce agli islamisti dell’Akp quella continuità di potere che non erano più in grado di conseguire in solitudine.
Ciò che preoccupa politologi e analisti è il frutto reazionario di tale miscela. Una deriva fascistoide islamica, diversa dalla stessa matrice conservatrice del rilancio dell’Islam politico di cui Erbakan fu l’ispiratore col Refah Partisi e il successivo Saadet Partisi. Finiva un secolo (1999), iniziava un nuovo Millennio. Erdoğan sindaco di Istanbul e giovane dirigente di quel progetto finiva il galera. Uscitone dava vita, in compagnìa del sodale Gül, al Partito della Giustizia e Sviluppo, realtà politica che cavalcando Islam, liberismo e conservazione proponeva ai turchi il sogno d’un Paese proiettato verso il benessere. All’epoca parlando con tutti, addirittura con la comunità kurda, e pure col “terrorista Öcalan, perché Erdoğan voleva pacificare un popolo su cui governare senza intralci. Ma costruendo il suo personalissimo potere, oltre a un regime tutt’altro che democratico, i suoi orientamenti sono mutati sino ad additare nemici ovunque abbia trovato idee discordanti, anche fra i sodali. Da qui due princìpi: incarnare la vera Turchia per i veri turchi e ispirare quest’ultimi nel percorso da seguire. Demirağ, che in tivù osa esprimere pensieri diversi, deve capire che non può farlo. E la lezione deve servire a ognuno.  

martedì 7 maggio 2019

Istanbul rivota


Dodici milioni di istanbulioti torneranno alle urne il 23 giugno. Così ha deciso il Consiglio Supremo Elettorale che ha accolto il ricorso sui voti dubbi inoltrato dal grande sconfitto: l’Akp del presidente Erdoğan. La metropoli-simbolo turca, strappata al partito di governo dai repubblicani il cui esponente İmamoğlu ha preceduto di 21.459 voti (seppure l’agenzia ufficiale Anadolou ne riferiscw 14.000)  l’ex presidente del Parlamento Yıldırım, ha rappresentato la battuta d’arresto più bruciante della cosiddetta Alleanza del Popolo (Akp e Mhp). La perdita del primato nella capitale e in altre grandi città: İzmir, Adana, Antalya, Mardin non ha colpito la formazione islamista, che governa ininterrottamente il Paese dal 2003, come il disarcionamento di Istanbul. Sebbene allo spoglio elettorale i due contendenti siano risultati quasi appaiati, gli attivisti del partito della Giustizia e Sviluppo non s’aspettavano il sorpasso; il loro Atatürk islamico, che da lì in qualità di sindaco aveva lanciato la scalata al potere, non pensava potesse accadere. Dopo aver sedato la rivolta di Gazi Park nel 2013, sconfitto il tentato golpe nel 2016, dopo aver ripulito la nazione dai sedicenti nemici gülenisti, incarcerato giornalisti, militanti kurdi e della sinistra pensava che il Bosforo gli obbedisse come l’Anatolia profonda. Certo le sue roccaforti l’Akp le conserva: Fatih sulla sponda europea, Üsküdar su quella asiatica, tanto per citare quartieri simbolo, e raccoglie consensi in molte altre.
Ma in certi luoghi della vecchia Istanbul che, accanto agli avvenimenti recenti, trasudano storia - Besiktaş, Şişli - repubblicani hanno piazzato i loro colpi che hanno portato voti a İmamoğlu, il nuovo sindaco. Veder perdere il fedelissimo Yıldırım a opera d’un politico sconosciuto, dev’essere stato un boccone amaro per lo statista che si sente invincibile. Il fedelissimo è un uomo d’apparato, la carica di primo cittadino sul Corno d’Oro l’avrebbe ripagato di rinunce e problemi giudiziari. Senza profferir parola aveva accettato la cancellazione del ruolo che ricopriva: la carica di primo ministro azzerata dalla riforma costituzionale con cui la Turchia è diventata una Repubblica presidenziale. Da seguace rigoroso e ligio aveva chinato la testa a ogni desiderio del ‘sultano’. Dopo averlo accondisceso da ministro dei Trasporti coi progetti sull’alta velocità e il fantasmagorico Marmaray (il treno sottomarino che collega la Turchia europea a quella asiatica) aveva subito l’onta delle accuse di corruzione rivolta ad alcuni esponenti dell’Akp e s’era dimesso. Venne ricompensato con la leadership del partito, che l’Erdoğan presidente non poteva più vantare, pur rimanendone il signore indiscusso, e con la carica di presidente del Meclis. Però la poltrona di sindaco era già parsa stregata per Yıldırım, ci aveva provato nel 2014 a İzmir e fu sconfitto sempre da un candidato repubblicano.
Nel marzo scorso a prendere seppure una manciata di preferenze più di lui è stato Ekrem İmamoğlu, un cinquantenne che sorride molto e vanta poche cose: un master in gestione in risorse umane e la direzione del municipio di Beylikdüzü, distretto istanbuliota sul Mar di Marmara neppure così numeroso (300.000 anime). Ma l’inatteso sorpasso è accaduto. Da quel momento l’apparato dell’Akp più dello stesso perdente ha pensato di lavare l’onta a suon di carte bollate. La tesi sostenuta riguardava 40.000 elettori irregolari che erano stati egualmente ammessi alle urne, ovviamente non ci sono prove che costoro abbiano sostenuto il candidato repubblicano e scrutatori non appartenenti all’amministrazione locale. Però sette degli undici membri del Consiglio Supremo si sono espressi per la ripetizione del voto, mentre voci, non si sa se pilotate, parlano di 43 addetti ai seggi vicini alla bestia nera di Erdoğan: l’organizzazione Fetö. Che apparirebbe un’Idra dalle infinite teste. Il sindaco, che aveva assunto l’incarico il 17 aprile e ora si vede depennato, sostiene che “Questa decisione porterà spiacevoli turbative alla nazione”, altri oppositori fanno notare come il repulisti giudiziario e amministrativo voluto dal presidente contro ‘il terrorismo ideologico’ sta dando i suoi frutti e mostra organi di controllo sempre più ossequiosi verso il potere. Un potere di parte non smentito dal presidente che ha dato il “Benvenuto” al pronunciamento dei magistrati.  

domenica 5 maggio 2019

Afghanistan, attacco talebano di avvìo Ramadan


Hanno usato un Humvee, veicolo militare multifunzione ad alta mobilità, l’hanno imbottito di esplosivo e diretto sull’edificio adibito a quartier generale di polizia Pul-e Khumri, nella provincia settentrionale di Baghlan. Sono morti in tredici, oltre cinquanta i feriti. A poco è servito anche l’inizio del mese del Ramadan, i talebani insoddisfatti dall’andamento dei colloqui di pace, ripropongono la guerra. Attentati simili s’erano già verificati: durante scontri prolungati i turbanti, dopo aver eliminato o messo in fuga i militari afghani, s’appropriano di armi e autoveicoli che poi usano più o meno camuffati per assalti omicidi e suicidi. Stamane il conducente dell’Humvee lanciato sulla sede poliziesca s’è fatto esplodere nel mezzo. Purtroppo, come quasi sempre accade, si registrano anche vittime civili, bambini compresi, così ha dichiarato un responsabile sanitario mentre coordinava i soccorsi. Proprio il personale medico ha raccontato che nella zona la battaglia fra i contendenti è continuata a lungo. Del resto i taliban hanno ripreso l’offensiva, come sostengono da sempre per intimorire e demoralizzare gli afghani che vestono la divisa, ma da alcune settimane anche per rispondere in maniera sprezzante alla mancanza di accordi e ultimamente alle sottolineature del gran cerimoniere degli incontri qatarini: Zalmay Khalilzad.
Quest’ultimo, per rompere l’impasse in cui la trattativa è caduta, ha diretto sugli interlocutori la voce della gente “stanca di guerra, i fratelli e le sorelle afghane vogliono che il conflitto finisca” ha detto il diplomatico. Aggiungendo: “E’ tempo di deporre le armi, fermare la violenza, abbracciare la pace”. L’ultima affermazione ha indispettito il fronte talib che ha rinfacciato al mediatore afghano-statunitense l’uso della forza reiterato per anni dagli occupanti, costato sacrifici umani e finanziari per tutti. Vista la tensione è svanita la decisione presa dall’assemblea indetta da Ghani che prometteva di liberare 175 miliziani prigionieri in cambio del cessate il fuoco prima del Ramadan. Il mese santo s’è aperto con l’ennesimo attacco e tutto fa pensare che la posizione di rigettare qualsiasi proposta del ‘fantoccio americano’, come i taliban definiscono il presidente Ghani, faccia venir meno anche l’idea d’indire un’enorme Loya Jirga con la presenza di oltre tremila fra esponenti religiosi e politici da tenersi a Kabul. I talebani, che pure restano al tavolo di Doha, fanno intendere che non accrediteranno nessun lacché filoamericano cosicché le soluzioni riappaiono incerte. Eppure il portavoce ufficiale dell’Alto Consiglio di Pace continua a diffondere ottimismo e riproporre meeting, quasi a voler ribadire che per tutti non esistono altre vie d’uscita.