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sabato 31 dicembre 2016

Istanbul, il sangue di Capodanno


Sembra non esserci tregua al terrore. La morte arriva anche nella notte di Capodanno, ancora a Istanbul, stavolta vestita da Babbo Natale. Portata da un killer nel night club Reina del quartiere di Besiktaş, dov’erano stipate almeno 500 persone. L’attentatore uccide un poliziotto e un addetto alla vigilanza all’ingresso del locale, penetra all’interno e inizia a sparare come accadde al Bataclan. Il pubblico, prevalentemente giovanile, che festeggia l’inizio del nuovo anno in uno spazio ritenuto protetto, è nel panico. Tutti si gettano a terra, chi è vicino a una finestra fugge all’esterno tuffandosi addirittura nelle gelide acque del Bosforo. Pur di non morire. Perché nella sparatoria alcuni corpi iniziano a cadere. Quanti? Due, si dice inizialmente e molti feriti. Ma dopo un paio d’ore, con l’ipotesi d’un blitz delle forze di sicurezza, un responsabile della polizia riferisce alla Cnn turca la drammatica cifra di trentacinque vittime e una cinquantina di feriti. Alle 2:30, quando scriviamo, non ci sono certezze, perché intanto è sopraggiunto un black out di notizie e gli stessi media turchi online non vengono più aggiornati. Il luogo dell’assalto armato è centrale, in quell’area di Besiktaş dove venti giorni fa era esplosa un’autobomba che aveva mietuto 38 vittime, molte delle quali agenti di polizia in servizio nei pressi dello stadio per una partita di calcio che s’era appena conclusa. 
Quell’esplosione di un’autobomba venne rivendicata dalla frazione dissidente della guerriglia kurda denominata ‘Falchi della Libertà’. Invece quest’agguato in stile Isis (così simile all’attacco parigino del novembre 2015) non è stato ancora rivendicato, cosa che potrebbe accadere nelle prossime ore. Di fatto la sicurezza nazionale è stata violata per l’ennesima volta, stanotte sembra che Istanbul fosse controllata da 17.000 poliziotti. E mentre alcune telecamere fisse mostrano lo “spogliarello” dell’attentare, che dopo la sparatoria cerca di dileguarsi in abiti normali, il silenzio stampa turco non offre notizie sull’efficacia del blitz poliziesco. Sull’insicura sicurezza interna, uno degli intricatissimi nodi che Erdoğan ha di fronte, tornato alla ribalta in occasione dell’incredibile omicidio in diretta dell’ambasciatore russo ad Ankara, il presidente si gioca il desiderato presidenzialismo. Taluni rumors lasciano trasparire una crepa in seno al partito di governo, proprio ora che lo staff del sultano ha trovato una sponda vitale nel consenso del partito nazionalista. Il voto parlamentare sul tema e l’eventuale referendum confermativo previsto per la primavera dovrebbero svolgersi in un clima di stato d’emergenza protratto nel tempo. Ma i vari nemici additati: i traditori gülenisti, i kurdi della guerriglia e i deputati Hdp rimasti in Parlamento, l’Isis, potrebbero non bastare a saldare le fila che consegnano a Erdoğan la nazione, concentrando nelle sue mani ogni potere: politico, militare e giudiziario. Intanto il Paese ha paura.

Baghdad, civili lacerati

L’anno si chiude com’era iniziato nella Baghdad delle bombe: ventisette morti, cinquantasette feriti, in un mercato denominato Al Sinak frequentato prevalentemente dalla comunità sciita. Due kamikaze suicidi si sono fatti esplodere e l’Isis li riconosce come suoi martiri. La capitale di quel che resta del territorio iracheno, diviso fra più milizie e più contendenti, ha ampliato l’allerta dallo scorso autunno, quando s’è avviata l’offensiva su Mosul. Infatti i jihadisti per vendicarsi degli spazi di Daesh che si restringono, puntano a punire gli avversari. A suggerire questa tattica ci sarebbe lo stesso Al Baghdadi, che un ultimo documento della Cia, ripreso in questi giorni da molte agenzie d’informazione, indica vivo e vegeto. Il Califfo, scampato ad attacchi mirati che hanno colpito alcuni suoi collaboratori, potrebbe trovarsi nella Mosul assediata. Le indicazioni, diffuse dal network di propaganda dell’Isis, di difendere strenuamente la parte settentrionale della città potrebbero servire a dar tempo alla guida massima di trovare riparo altrove. Intanto si rilanciano caos e terrore nelle aree controllate dalle forze irachene e la capitale risulta la più vulnerabile. Stamane s’è ripetuto l’incubo noto. Civili, venditori e clienti, coi corpi lacerati come fossero stracci sotto una pressa e pozze di sangue sparse per metri. Gli stessi orrori che da due anni anche l’Occidente deve soffrire e che si presentano come l’incubo d’una quotidianità assediata. Ma quello strazio, quei lutti non hanno abbandonato l’Iraq dal 20 marzo 2003, l’avvio dell’invasione statunitense e Nato che ha abbattuto la tirannia di Saddam senza offrire alternative, neppure i governi fantoccio in stile afghano. Di fatto la frammentazione etnico-religiosa irachena è addirittura più intricata, a essa s’accompagna la presenza delle ricchezze del sottosuolo che le semprevive Settesorelle continuano a non perdere di vista. Una nazione smembrata, come di fatto è l’ex stato iracheno, fa gola a più soggetti, non ultime quelle potenze regionali (Arabia Saudita e Iran) che anche in quelle aree combattono una guerra per procura. E lo Stato Islamico, grande battitore libero, può fare interessi propri e di alleati amici o di compagni di strada che si propongono alleati. Non solo d’origine mediorientale.

venerdì 30 dicembre 2016

Omicidio Regeni: l’infamia del delatore, il silenzio dei colpevoli

Giulio Regeni scoprì tardi le infide mani cui s’era affidato, seppure nella sua indagine sul tessuto sociale del Cairo, Mohamed Abdallah, che il ricercatore definisce miserabile, risultasse il responsabile del sindacato dei lavoratori ambulanti. L’uomo rappresentava una quantità infinita di persone che lavorano in una filiera di parziale legalità o di totale illegalità. Terreno di enorme interesse, da scandagliare, perché in quella megalopoli che è la capitale egiziana coinvolge forse uno o due milioni d’individui che danno da mangiare a cinque, sette milioni di bocche. Eppure chi in loco ha osservato con attenzione, e dovuta discrezione, persone, luoghi e contesto in cui quei commerci si sviluppano ha notato in quante occasioni uomini in divisa, o con fare da divisa, avvicinano gli ambulanti. In pochi casi cercano di sequestrare merce, estranea spesso a ogni controllo, in altri intessono dialoghi, conciliaboli. Cercano confidenze, ricevendo notizie e delazioni. Perciò non sorprende scoprire in Abdallah quel doppiogiochista diventato agli occhi di Regeni un personaggio meschino che lo vende ai poliziotti per continuare a ricevere favori per sé e la categoria, assediata e al tempo lusingata dalle vendite e dal mercimonio.
Il fatto che lo pseudo sindacalista ne parli ora, smentendo quanto dichiarato, o meglio non dichiarato, in precedenza, non può essere frutto d’una personale decisione. La sua versione subisce un correttivo dopo che mesi d’indagini e molteplici depistaggi da parte delle autorità inquirenti e politiche egiziane hanno prodotto il nulla. Le dichiarazioni di Abdallah, infarcite della bontà di comportamento che ogni sincero egiziano avrebbe tenuto di fronte a uno straniero intrigante e sospetto, paiono seguire un copione recapitatogli dal ministero dell’Interno. In quell’intreccio criminale che è stato il rapimento, lo strazio e l’omicidio di Giulio Regeni, nella saga del ricatto e dello sfruttamento dei ruoli la regia rimodella le voci. Quindi fa recitare all’informatore la parte del cittadino modello che lancia anche un proclama all’egiziano medio che deve farsi Stato a fianco degli organismi dello Stato. Quelli che proteggono il singolo e la collettività, come molti credevano accadesse ai tempi della thawra di Tahrir, “custodita” dalla lobby delle stellette. Questo sostenevano liberali e nasseriani. Di quale custodia si trattasse lo spiegano da anni le carceri speciali che rinchiudono decine di migliaia di oppositori.
La versione affibbiata ad Abdallah rilancia due concetti precisi: Regeni era una spia oppure un ingenuo, doppiamente giocato, da chi lo manovrava e dal personaggio cui s’era affidato. Ma ad ucciderlo, sostiene il suo traditore, sarebbe stata non l’Intelligence interna, bensì quella dei suoi ispiratori palesi od occulti. Così il cerchio si richiude a preservare i vip della politica del Cairo: il ministro dell’Interno Ghaffar e il presidente Sisi, che da mesi schivano un’indagine seria inibendo la magistratura interna e impediscono allo staff del procuratore italiano Pignatone di realizzare adeguate ricerche su esecutori e mandanti dell’efferato delitto. Le attuali dichiarazioni del sindacalista-informatore rilanciano un’ipotesi già gettata in pasto alla stampa: operazioni di micro spionaggio compiute dal Dipartimento dell’Università di Cambridge per conto dei Servizi britannici. Un’illazione che potrebbe venir rimossa da quel mondo accademico che così salverebbe il suo onore e quello di Regeni. Però Cambridge resta ingessata nella sua tradizione e non raccoglie insinuazioni né provocazioni, trincerandosi in un silenzio ormai stridente. Ma se tutto deve coincidere, secondo l’attuale affermazione accanto al presunto spionaggio e alla conseguente eliminazione, ci dovrebbero essere pure le sevizie. Fino a che punto la memoria di Regeni dev’essere martoriata?


giovedì 29 dicembre 2016

Ankara, timori e interessi sul confine siriano

Ricomposto un rapporto che poteva incrinarsi per l’omicidio eccellente dell’ambasciatore russo ad Ankara (rimasto comunque tuttora oscuro) l’establishment turco guarda al futuro prossimo della sua politica interna e di quella che si sviluppa appena oltre confine nel turbolento scenario siriano. In questi giorni si parla con insistenza d’un tavolo di colloqui da tenere ad Astana (Kazakistan) assieme ai due ferrei alleati di Damasco, Russia e Iran. Sul tema interviene il ministro degli Esteri turco che la prende larga, puntando il dito sugli Stati Uniti, poco amati da tutti gli interlocutori. Cavuşoğlu, con un’intervista rilasciata ieri a un’emittente del suo Paese, risolleva un argomento noto da mesi: il rifornimento di armi americane alle Unità di Protezione del Popolo che, difendendo i territori del Rojava, combattono l’Isis. Tali forniture, a suo dire, finirebbero anche nelle mani del Pkk, che dall’estate del 2015 ha riaperto un fronte interno di guerriglia con Ankara, spina nel fianco che preoccupa non poco l’esecutivo e l’onnipresente presidente. Il ministro fa notare l’affievolito impegno aereo americano a favore dello Scudo dell’Eufrate, visto che l’amministrazione Obama, ormai in uscita dalla Casa Bianca, ha puntato tutto sullo scontro di terra anti Isis per mano dei combattenti kurdi.
Al di là della denuncia, che dovrà fare i conti con le prossime decisioni del nuovo staff presidenziale statunitense in Medio Oriente, i possibili negoziati sulla Siria ruotano attorno a punti tutt’altro che convergenti fra gli interlocutori. Quello sul futuro di Asad risulta centrale e appare in totale discordanza. Finora Mosca e Teheran continuano a offrire un appoggio incondizionato (e interessato) al presidente siriano, mentre con le sue dichiarazioni Cavuşoğlu afferma non solo che nessun esponente del regime di Damasco dovrà sedere al tavolo in preparazione, ma nega che nel piano stilato di recente fra Erdoğan e Putin siano previste garanzie ad Asad per una conservazione del potere sino a elezioni venture. A suo giudizio la trattativa dei piccoli passi deve assicurare il cessate il fuoco fra i gruppi contendenti, senza che lealisti e opposizione partecipino al tavolo di discussione, né tantomeno i rappresentanti delle Ypg o del Pyd, seppure in prima linea contro i miliziani del Daesh. Nell’intervento tivù Cavuşoğlu si sofferma sul filo diretto stabilito da Washington coi guerriglieri kurdi, che potrebbero essere utilizzati dalle forze della coalizione anti Isis anche nella prevista offensiva di terra su Raqqa. Quest’impegno avrà certamente una contropartita, che preoccupa la dirigenza turca perché riguarderà la giurisdizione dei cantoni del Rojava, rafforzati militarmente e politicamente.
Per evitarne la continuità territoriale dall’agosto scorso la Turchia fa di tutto - l’ingresso del suo esercito a Jarabulus lo dimostra - e molte delle polemiche rivolte agli Usa in merito al supporto offerto alle unità combattenti kurde, riguardano proprio la volontà di Ankara di tenere isolate le enclavi di Afrin e Kobanê. Il controllo jihadista di Al-Bab, che separa le due aree, può a sua volta rientrare nei sotterfugi tattici presenti in ogni mossa compiuta dai vari contendenti nel conflitto dei cento e uno interessi perseguiti da ciascun attore di questo scontro. Così come i frazionamenti, reali e presunti, del cosiddetto Hêzên Sûriya Demokratik, l’alleanza multietnica e multireligiosa avviata quattordici mesi fa che somma alla consolidata guerriglia kurda del Rojava gruppi locali di combattenti arabi, assiri, armeni, armeni, ceceni. Obiettivo comune: la battaglia verso il cuore del Califfato che deve vedere nella presa di Raqqa un obiettivo centrale. Un’offensiva che sarebbe dovuta scattare dopo quella di Mosul, e che era annunciata sin dallo scorso novembre. Ma dietro lo scopo (davvero comune?) di piegare l’Isis, si celano i contrasti territoriali, minori sotto un’ottica militare, non sotto quella politica. Così si vocifera che Ankara abbia promesso aiuto ai peshmerga se quest’ultimi lanceranno attacchi nell’area di Sinjar, nel nord iracheno, dove stazionano unità operative del Pkk.

mercoledì 28 dicembre 2016

Stampa egiziana: ancora censura e arresti


C’è un nuovo giornalista dell’emittente qatarina Al Jazeera che provocherebbe sedizione e caos in Egitto, e per questo viene arrestato nella sua abitazione di Giza. Si tratta di Mahmoud Hussein, nativo nel piccolo e potentissimo emirato del Golfo e presente in più occasioni in qualità di reporter in terra egiziana. Attualmente Hussein ricopre funzioni di regista e produttore. Anche lui è accusato d’essere un portavoce dei fuorilegge della Fratellanza Musulmana, com’era accaduto a fine 2013 ad altri reporter della testata: l’australiano Peter Greste, l’egiziano-canadese Mohamed Fahmy, l’egiziano Baher Mohamed. Costoro trascorsero più di 400 giorni in galera, subirono processi, vennero infine graziati da Sisi e rilasciati nel settembre 2015. Peggio è andata ad altri due cronisti della testata, Alaa Omar Sablan e Mohammed Helal, condannati in contumacia alla pena capitale nel maggio scorso, come peraltro diversi membri della Brotherhood. La televisione di Doha denuncia una sorta di fabbrica di accuse in questo e nei precedenti casi, affermando che l’uomo non stava svolgendo alcun lavoro, ma trascorreva un periodo di ferie. Al di là di situazioni personali, che possono in qualche modo “risolversi” con abiure, allontanamenti, pressioni e autocompressioni, il clima per l’informazione continua a rimanere oltre qualsiasi limite di libertà e democrazia. E sopraggiungono nuovi vincoli. E’ di questi giorni la creazione tramite legge parlamentare d’un Consiglio per l’amministrazione dei media che può revocare licenze e sospendere pubblicazioni e trasmissioni radiotelevisive. I membri sono stati scelti, ovviamente, dal generale-presidente. Secondo una dichiarazione del responsabile del sindacato (normalizzato) della stampa egiziana il Consiglio dovrebbe occuparsi più di questioni amministrative che di censura. Però dubbi e contrarietà restano, in primo luogo fra le poche voce libere, anche dalla galera, rimaste nel Paese che avevano criticato l’elaborazione dell’ennesimo ostacolo posto all’informazione. L’ingerenza dell’Esecutivo nella normale attività di comunicazione è praticamente totale. Restano reclusi venticinque volti noti del giornalismo, mentre il numero di free lance e blogger tuttora imprigionati è imprecisato.

giovedì 22 dicembre 2016

I misteri del delitto Karlov

Dopo le prime sessanta ore d’indagine trapelano diverse cose sulla vita e la morte di Mevlüt Mert Altintaş, il poliziotto che ha freddato ad Ankara l’ambasciatore russo Andrey Karlov. Dei circa due minuti che precedono la scarica assassina nella Galleria d’arte contemporanea gira un filmato dove il giovane è appostato alle spalle del diplomatico. Appare nervoso, si tocca sotto la giacca, quasi ad assicurarsi che l’arma sia a posto, si prepara psicologicamente all’azione. Agenti di sicurezza avrebbero sicuramente notato un comportamento inconsueto e sarebbero intervenuti. A sparatoria iniziata, e assassinio compiuto, durante i proclami lanciati su Aleppo martire, su scopo, costituzione e orgoglio della battaglia jihadista e sulla grandezza di Allah, il quotidiano Hürriyet riporta che due agenti della polizia stradale, entrati nei locali, abbiano intimato all’uomo di arrendersi. Erano le ore 19:27. Non è accaduto nulla. Il killer continuava a motivare il gesto predicendo la sua fine, che non è avvenuta immediatamente. Quando un reparto speciale è intervenuto scoccavano le 19:32. Colpi reciproci e Altintaş dopo un paio di minuti è a terra ferito a una gamba. Ma la sparatoria prosegue, lui riesce a sostituire il caricatore dell’arma, viene colpito una prima volta al collo, poi ripetutamente al petto, fino a spirare. Il referto medico afferma a causa della ferita al collo. Sono le ore 19:40.
Forse la squadra speciale ha provato a neutralizzarlo, senza ucciderlo. Certo che da vivo sarebbe stato più utile per le indagini. Questa descrizione della sparatoria confligge con la tesi di chi afferma che l’eliminazione del killer puntava a prevenire ulteriori lutti, potendosi trattare d’un kamikaze. Però l’abbigliamento non lasciava trasparire gonfiori o cinture esplosive, valutazioni che pur nella concitazione occhi e menti esperte possono compiere. Eppure chi è intervenuto appartiene all’eccellenza della sicurezza. Il tema della sicurezza infiltrata dai fethüllaçi è al centro delle spiegazioni turche, sia quelle politiche fornite dal governo e dallo stesso presidente, sia le investigative a opera del Mıt. Il versante russo, che sta indagando autonomamente con 18 super investigatori giunti da Mosca, è assai più cauto. Un loro portavoce sostiene che parleranno quando avranno il conforto di prove; le congetture servono a poco. Per i turchi le prove ci sono tutte. Sono state trovate nell’abitazione del poliziotto, a Söke, nella provincia di Aydin. Testi gülenisti che si raccordano alla sua formazione passata, avvenuta in una delle scuole del movimento Hizmet. Però bisogna ricordare che fino a un paio d’anni addietro di quelle scuole in tutta l’Anatolia ce n’erano migliaia, istituti che hanno istruito milioni di bambini e ragazzi turchi, non tutti necessariamente appartenenti a famiglie pro Fethullah.
Infatti la magistratura si sta muovendo con maggiore cautela. Dopo aver interrogato i familiari stretti di Altintaş (padre, madre, sorella, cognato, zii) li ha rilasciati perché li ritiene estranei all’azione delittuosa. In verità lo zio Hasan Furuncu, aveva lavorato proprio in una scuola del network Hizmet a Kusadaşi, elemento al vaglio degli inquirenti che potrebbe diventare un’accusa. Una certezza è che il poliziotto non abbia agito da solo e che nell’Accademia reclute di Izmir, da lui frequentata, s’annidi una struttura di affiliati al gruppo Fetö, sfuggita a precedenti retate e in grado di tramare ancora contro Erdoğan e la nazione. Per questo sono stati arrestati e sono tuttora interrogati sei colleghi di Altintaş, anche loro non colpiti dalle epurazioni dei mesi scorsi. L’Intelligence turca fa trapelare la notizia che il killer nel 2015 avrebbe partecipato a incontri di gruppi di quel movimento ora giudicato eversivo. Si potrebbe domandare perché non sia finito nelle copiose retate avvenute dopo il tentato golpe. C’è poi il mistero del suo congedo richiesto per il 15 luglio (giorno del colpo di mano), che lo esentava da ogni servizio dalle 7:45 del mattino. Qualora venisse confermata l’adesione di Altintaş al “movimento terrorista” l’assenza potrebbe risultare un alibi oppure un’aggravante, poiché l’allontanamento per l’intera giornata (e nottata) puntava ad alleggerirne i sospetti. Resta, comunque, inspiegata la sua permanenza nel nucleo delle scorte private del presidente.

E poi se i golpisti, com’è stato ricostruito, volevano rapire Erdoğan e  assassinarlo, perché un piano simile non è scattato anche successivamente,  potendo disporre di infiltrati così prossimi al sultano com’era Altintaş? Altre indiscrezioni riportate dai media (l’emittente Al Jazeera) sostengono che Ankara e Mosca saprebbero che dietro l’omicidio del diplomatico c’è lo zampino dell’imam esule, con tanto di sostegno passivo della Cia o di un diretto coinvolgimento statunitense. L’amministrazione Usa marginalizzata, e autoesclusa, dalle ultime vicende della crisi siriana cercherebbe in tal modo di mettere zizzania alla neo collaborazione fra le leadership russa e turca. Voci cui ha risposto piccato il portavoce del Segretario di Stato uscente Kerry, secondo il quale “il riferimento pur teorico di un’implicazione americana nella vicenda criminosa è un’affermazione ridicola e falsa”. Più pragmaticamente gli 007 russi sono sguinzagliati alla ricerca di prove. Uno strumento importante può risultare la disamina del telefono mobile ritrovato dai cecchini turchi sul cadavere del killer. Per decriptarne i codici di sicurezza le due strutture investigative potrebbero unire le forze e avviare una collaborazione. Questa servirebbe a chiarire un’altra voce inquietante: la ricezione da parte dell’attentatore di informazioni provenienti dall’interno dell’ambasciata russa. Una talpa potrebbe aver fornito puntualizzazione sulla presenza del diplomatico alla mostra fotografica. In primo momento Altintaş aveva affittato una camera presso la Galleria d’Arte il 16 e 17 dicembre, l’aveva lasciata il 18 trasferendosi in un hotel attiguo. Casualità o migliori notizie per attuare l’agguato?

martedì 20 dicembre 2016

Assassinio Karlov: Erdoğan-Putin nessuna rottura

Le pallottole restano sul cadavere dell’ambasciatore Karlov, un professionista navigato che Putin perde in una fase internazionale intricata, ma non intaccano il vertice sulla Siria che si sta tenendo a Mosca. Coinvolti Lavrov, Çavuşoğlu, Zarif, responsabili dei dicasteri esteri di tre Paesi interessati a quella crisi che costituiscono un triunvirato dialogante, diversamente dagli sponsor del ribellismo e jihadismo anti Asad residenti nel Golfo. In attesa di scoprire ciò che scaturirà dai colloqui, si muovono le indagini sull’azione terroristica che i due Paesi colpiti reputano una provocazione votata a incrinarne i rapporti. Investigatori russi sono giunti ad Ankara per seguire proprie piste, e sulla base del clima di comprensione stabilito fra Erdoğan e Putin potrebbero anche collaborare coi colleghi turchi. Intanto quest’ultimi hanno arrestato tutti i membri della famiglia dell’attentatore freddato e silenziato da cecchini delle forze speciali. Lui non può più gridare né parlare, i parenti sì. Ma non è detto che possano dire molto, anche perché potrebbero essere a digiuno dei comportamenti del poliziotto-killer. Sono tutti residenti ad Aydin: padre, madre, sorella e due altri congiunti vengono interrogati da agenti del Mıt assieme a un vicino di casa. Si vuole scavare nel passato recente del giovane già così addentro alla sicurezza da fare, in un paio d’occasioni, addirittura la scorta del presidente.
La determinazione del crimine perpetrato introduce nell’establishment turco un’ampia inquietudine per la permeabilità dei propri apparati di sicurezza. Non solo l’attentatore ha avuto facilità nell’introdursi nella sala (può bastare un tesserino del Ministero dell’Interno per arrivare senza problemi alle spalle dell’obiettivo da colpire?), ma il luogo prescelto era adiacente a tre ambasciate (statunitense, tedesca, austriaca), alle sedi della Camera dell’Industria, dell’Agenzia di supervisione bancaria, dell’Ufficio di un Procuratore generale e dell’Ufficio del Commercio russo. Una zona piena di obiettivi sensibili, che comunque poco dopo quest’attentato veniva violata pure da un uomo avvicinatosi all’ambasciata americana con un fucile celato in un trench. Se fra i due episodi, come sembra, non ci sono legami e se allarmi come quest’ultimo non rappresentano prodromi di attentati, l’agguato nella Galleria d’arte moderna produce un’apprensione estrema. Lì l’attentatore ha potuto agire indisturbato, all’interno delle sale sembra non ci fossero poliziotti, giunti solo in seguito coi reparti speciali. Così l’incolumità del diplomatico è risultata evanescente. Una delle contraddizioni dell’iper  militarizzata Turchia è costituita proprio dalla fragilità della sua sicurezza,  come evidenziano le esplosioni che si susseguono da mesi. Frutto della guerra latente col fronte guerrigliero kurdo, e quella che portano il marchio del Daesh.
Sul terreno della caduta verticale della normalità di vita e del controllo del territorio, fin nel cuore delle sue città simbolo, il regime di Erdoğan paga uno scotto verso l’intera nazione. Il sostegno che sta ricevendo dai nazionalisti dell’Mhp, utile per far approvare al Parlamento quella riforma costituzionale che lo rende padrone incontrastato della scena politica, può sfociare nel protagonismo della violenza che s’atomizza nei mille rivoli d’uno scontro diffuso. Ci riferiamo all’assalto alle sedi politiche avversarie (dell’Hdp), date alle fiamme dopo l’ennesima auto-bomba lanciata su giovani agenti, che potranno rianimare omicidi e scontri armati fra la popolazione, come accadeva negli anni Ottanta sotto l’azione eversiva dei Lupi grigi. Ma con l’omicio dell’ambasciatore l’orizzonte politico si fa sempre più inquietante per la possibile presenza organizzata e attiva di gruppi jihadisti lanciati contro l’Islam dello Stato erdoğaniano, addirittura dentro le strutture di sicurezza. Vedremo se l’attentatore di cui non sappiamo ancora il nome, è un lupo solitario o se dietro di lui ci sono un’organizzazione e una regia. Qualora si trattasse di radicalismo islamista quell’infiltrazione negli apparati polizieschi somiglierebbe a quella praticata dai taliban in Afghanistan e Pakistan, dove miliziani di quei clan colpiscono anche dall’interno, vestendo una divisa. In questo caso Erdoğan, sempre più, dovrà fare in conti in casa con un altro nemico: i combattenti jihadisti, nella versione non solo bombarola, ma assalitrice. Il fine sarebbe sempre quello destabilizzante, cui già contribuisce il contrasto con la componente kurda, armata e non.
Potrebbe trattarsi d’un fondamentalismo islamico endogeno che, sull’onda della linea seguita sul fronte siriano prima come premier poi in qualità di presidente, inizia a vendicarsi dei suoi giri di walzer. In tal senso realizzare l’attentato alla vigilia d’un incontro importante per quella crisi mediorientale e rivolgerlo contro l’obiettivo russo, un contendente internazionale diventato amico, è un segnale frutto d’un programma che può incarnare altri seguiti sanguinosi. Verso l’opinione pubblica può risultare più rassicurante pensare che l’occhio e il grilletto del pistolero della mostra fotografica siano di marchio gülenista, un nemico conosciuto, che pur nel proprio credo difficilmente avrebbe gridato “Allah ü Akbar”, come in effetti accadde nel luglio scorso nella serata del tentato golpe. Coi dubbi e le angosce che dovranno rapportarsi allo sviluppo degli eventi, il coriaceo Erdoğan appare però isolato, deve far quadrare comportamenti furbeschi con la forza reale d’un progetto che il terrore può far deragliare. Non basta chiamare etnia, patria, nazione se queste devono misurarsi quotidianamente su un logorante campo di battaglia. Ancora una volta la politica estera può diventare il suo salvagente o la sua disperazione: nella crisi siriana l’avvicinamento alla Russia potrà incentivare un nascente e multiforme jihadismo interno. Mentre l’Iran rappresenta un alleato o un incomodo, competitore nel territorio chiamato ancora Siria e nella più vasta area regionale, anche in contrapposizione ad Ankara oltreché ai sauditi. Continuando ad accompagnarsi a questi attori l’Atatürk islamico passerebbe da interlocutore delle petromonarchie, coccolate dagli Usa (di cui s’attende la gestione Trump, ufficialmente lanciata contro il terrorismo islamista bisognerà vedere se alla maniera bushana o obamiana) a nemico giurato. E non solo d’interessi geopolitici ed economici, ma misurandosi appunto sull’infuocato terreno che interessa al fondamentalismo salafita.