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mercoledì 22 giugno 2016

Fallujah, in fuga da tutti

E’ l’altra faccia della vittoria, ancora non completa, ma auspicabile. Da maggio l’offensiva dell’esercito iracheno contro i miliziani del Daesh sta producendo una riconquista di territori e una ritirata, tattica o forse una rotta delle forze di Al Baghdadi. A Fallujah - già martoriata durante la campagna di Bush jr col fosforo bianco - l’Isis sta subendo gli assalti delle forze di sicurezza di Baghdad, sostenute dall’Occidente. I jihadisti sono asserragliati nella parte settentrionale della città e probabilmente si ritireranno ma, mentre i combattimenti proseguono,  nel conflitto infinito migliaia di civili continuano ad abbandonare un luogo  ridotto in condizioni spettrali. L’Ocha, l’Ufficio delle Onu per gli affari umanitari, sostiene che attualmente 85.000 persone sono in movimento e hanno abbandonato il centro dell’Anbar, pur non sapendo dove riparare. A quindici miglia a est, verso la capitale che dista un’ora di macchina, sono sorti frettolosamente dei campi per interessamento di alcune associazioni umanitarie. Queste sono le uniche a occuparsi della distribuzione di viveri e acqua, in condizioni metereologiche che, col sopraggiungere dell’estate, portano la temperatura stabilmente oltre i 40°. Chi non risiede nei campi vaga in un territorio più o meno desertico dove le condizioni di vita per donne, bambini, anziani, disabili sono durissime, e mettono a rischio la  sopravvivenza.
Sempre le agenzie delle Nazioni Unite calcolano che circa 4.5 milioni di iracheni vivono in questa fase la condizione di sfollato, impossibilitati a intraprendere anche i viaggi della speranza compiuti dalle centinaia di migliaia di disperati che spingono sulle frontiere d’Europa. Un reportage pubblicato oggi dal Washington Post racconta quest’ultimo esodo che mostra un’umanità ancor più dolente di quella che un anno fa imboccava la rotta balcanica e che tuttora alimenta il traffico di esseri umani dalle coste turche. Si fugge dalle bombe dal cielo, ma si può finire su quelle di terra, disseminate dall’Isis, ma anche residuati di quelle collocate un quindicennio fa. Da chi? un po’ da tutti, da Saddam alle truppe Nato, passando per gli jihadisti di varie sigle ed epoche. La situazione si deteriora un giorno dopo l’altro, i più esposti sono i fisici deboli dotati di un’insufficiente resistenza generale. Nel fuggire da un incubo verso un altro c’è chi sostiene che, forse, è addirittura meglio perire sotto le bombe rispetto all’attesa d’una morte lenta. In tanti non dimenticano quello che hanno vissuto nei trenta mesi d’occupazione da parte dello Stato Islamico, un regime d’imposizione che la maggioranza detesta, dal quale fugge ma che non vede, ancor oggi soluzioni stabili e soprattutto pacifiche.
Lo affermano persone che vivono in guerra da tredici anni, mentre gli adulti ricordano i conflitti voluti da Saddam, prima contro l’Iran poi contro il Kuwait. Certo, chi è finito incarcerato negli ultimi tempi sotto il fondamentalismo islamico, ha conosciuto le sevizie, ma, a detta di molti, le carceri irachene sono state duramente infami anche in epoche precedenti. Ciascuno non può lasciare la provincia di Anbar, tutti si ritrovano sigillati fra gli insufficienti campi e spazi di deserto, dove la sussistenza è impossibile, a cominciare da quella primaria per trovare cibo. Vari assistiti denunciano il fallimento della stessa missione umanitaria: ogni volta che vengono distribuite vivande scoppiano risse fra la gente e prevale la legge del più forte, che favorisce giovani uomini. La pensano così anche alcuni operatori umanitari, secondo i quali i 17 milioni di dollari stanziati dall’Onu per quest’ennesima emergenza sono comunque insufficienti. Chi conduce le operazioni strategiche, sul versante politico e su quello bellico, non tiene conto del resto. Sarebbe stato utile un coordinamento con la componente assistenziale “Per poter predisporre in tempo i centri di accoglienza” sostiene il responsabile Onu in Iraq. Politici e militari pensano che tutto si risolva con trattati e armi e snobbano ogni altra cosa. Mentre i demografi, inascoltati, annunciano che l’offensiva su Mosul potrà produrre dai 600mila al milione di profughi.

lunedì 20 giugno 2016

Turchia, fuoco sui rifugiati siriani

Accanto alla morte resta il giallo delle responsabilità, perché l’Osservatorio siriano per i diritti umani afferma che nella notta fra sabato e domenica scorsi otto persone sono state uccise da guardie di confine turche: quattro donne, tre bambini, un uomo. Ankara nega sdegnosamente e apre un’inchiesta fra i propri militari posti a controllare il confine meridianale della provincia di Hatay, un lembo che s’insinua fra l’entroterra siriano e il Mediterraneo, ipermilitarizzato anche per la presenza di minoranze etniche (alawiti, armeni). Altre notizie circolate negli ambienti degli aiuti ai rifugiati riferiscono un numero di morti addirittura superiore, undici, e dovrebbe trattarsi di una o due famiglie che cercavano di penetrare in Turchia, ovviamente in condizione di clandestinità. Il risentimento del governo Yıldırım, all’unisono col presidente, riguarda il ruolo di contenitore che il Paese sta svolgendo sulla tragica vicenda dei profughi siriani parcheggiati in territorio turco. La politica interna, e l’esecutivo su tutti, reclamano l’importanza dell’azione svolta. In recenti discorsi Erdoğan ha ricordato all’Unione europea, e Angela Merkel in particolare, di assolvere l’accordo sull’emergenza dei rifugiati siriani che i governi del vecchio continente hanno totalmente delegato in cambio di sei miliardi di euro di finanziamento per la gestione di quei campi profughi. Denaro finora non riscosso. 
La Turchia risulta, dunque, debitrice e continua a subìre ingressi d’ogni genere, anche clandestini, verso i quali le direttive sono: impedire accessi illegali. Certo l’uso delle armi era stato finora dissuasivo, con colpi sparati in aria in presenza di assembramenti di massa riottosi alle misure imposte, come quelli visti lungo la rotta balcanica sul confine ungherese e macedone. I corpi emaciati ed esangui di persone deboli come bambini e vecchi, avevano conosciuto l’insulto delle manganellate o degli sgambetti vigliacchi, non ancora pallottole letali. Sembra giunta anche quest’ora. Che somma dolore al dolore già diffuso con le frequentissime morti in mare per i ripetuti naufragi avvenuti nelle rotte dell’Egeo e del canale di Sicilia. Del tristissimo episodio si stanno occupando agenzie di sostegno ai rifugiati. In realtà già negli anni scorsi s’erano ascoltate informazioni su una sorta di ‘tiro a segno’ rivolto agli sfollati che cercano solo di sfuggire ad altri colpi, quelli del conflitto siriano. Trattenere con ogni mezzo i flussi dei disperati diventava dal 2014 un obiettivo, ma il sanguinario conflitto siriano, con stragi di civili ripetute a opera di vari contendenti, non ha mai fermato una fuga della popolazione che ha assunto dimensioni ciclopiche.

I dati devono essere aggiornati, mese dopo mese, da parte delle agenzie Onu (Unhcr) e di Ong che s’occupano di assistenza. Nello scorso marzo si calcolavano attorno ai 14 milioni i siriani che avevano abbandonato le proprie abitazioni, o perché distrutte come nelle varie città scheletrizzate dai bombardamenti (Aleppo è uno dei simboli, ma la stessa Damasco ha subìto pesanti distruzioni e allontanamenti di cittadini) o perché cercavano di sfuggire a una morte sotto le bombe d’ogni provenienza. Nove milioni sono gli sfollati interni, circa cinque milioni sono transitati, prevalentemente dal confine turco. Tre milioni sono ufficialmente accolti nei campi profughi creati su quel territorio di confine, altri in Libano (un milione) e Giordania (630 mila), i restanti hanno guardato l’Europa. Un numero tutt’altro che clamoroso - 348 mila - sostenevano le cifre di fine 2015. Certamente l’ondata di trasferimento forzato è senza precedenti, rispetto a flussi migratori forzati da situazioni disperate di guerra e bisogno o speranza che s’erano verificate negli anni passati: i più recenti del 2012, all’inizio della crisi siriana, o a fine anni Novanta da parte di afghani in fuga dalla guerra civile interna e dal regime talebano. Oppure con le trasmigrazioni, tuttora in corso, dai Paesi sub sahariani, fino a citare i viaggi della speranza degli albanesi a inizi anni Novanta. Ma le vere invasioni, sostengono i demografi della geopolitica, potranno essere molto più corpose. C’è che pensa di dissuaderle a colpi di mitraglia.

lunedì 13 giugno 2016

Usa, l’insicurezza della Sicurezza e la guerra tranquillizzante

Nel Paese più militarizzato del mondo e a maggiore densità di soggetti che lavorano per le Intelligence ufficiali e ufficiose, istituti come G4S, per il quale lavorava il killer di Orlando Omar Mateen, diventano un supporto non indifferente al controllo di ogni angolo dei cinquanta Stati confederali. La G4S è stata la trasformazione di una società di vigilanza per compagnìe di navigazione (Kjøbenhavn Frederiksberg Nattevagt) nata in Danimarca nel 1901. La società svolse questo compito per mezzo secolo, quindi fino al 1989 la crescente crescita in Europa la fece entrare in partnership con British Telecom. Nel 1990 il gruppo, che diventava un vero colosso della sicurezza, si presentò sul mercato statunitense, passo che accrebbe le sue quotazioni anno dopo anno. L’esposizione delle specialità mostrate dal website del gruppo, marcato dal 2004 con la sigla G4S ed espanso in 125 nazioni con 620 mila addetti, parla il linguaggio dell’autorità  multinazionale. Negli Usa gli addetti sono cinquantamila. G4S-Usa nel 2008 ha acquisito MJM Investigations, che s’occupa di frode assicurativa nei sinistri, l’anno seguente acquistava Adesta, un provider che integra si sistemi di sicurezza e comunicazione. Fino alle più recenti mosse che inglobano altri specialisti (Cotswold Group) anch’esso impegnato su temi come sorveglianza, frode, investigazioni. Insomma più che un leader, una potenza.
Eppure Cia, Fbi, Nsa, eserciti, sceriffi e le tante G4S non bastano a tener sotto controllo un territorio immenso e pesantemente cosparso di armi che, come i bambini sanno e i bambini-killer ancor più, s’acquistano ovunque, a qualsiasi prezzo e a qualsivoglia età. Bastano sotterfugi e commercianti che, per affari o adesione ideologica alla diffusione delle armi nel territorio, siano compiacenti all’acquisto e il bello e bellicoso strumento può finire nelle mani più disparate adulte, giovanili e infantili. Esperte o meno.  Eppure nel caso dell’afghano d’America esercitatosi nel letale tiro a bersaglio di gay - scelti come simbolo della propria riprovazione forse più machista che religiosa o comunque in entrambe le combinazioni - non è tanto l’uso dell’arma quanto chi la utilizza. Certo, con un fucile da guerra come quello usato il compito dello stragista risulta facilitato. Ma occorre soffermarsi su qualche altro aspetto che i fautori dell’iper armatismo statunitense troveranno antipatico: l’infiltrazione. Contro la quale il senso di tutela e prevenzione potrà far crescere esponenzialmente la sindrome xenofoba anche nella multietnica società statunitense. Magari agendo soprattutto contro gli islamici (i poco amati messicani per l’occasione vengono sopportati). Come fidarsi del figlio o del nipote dell’immigrato mediorientale che va a fare anche la semplice guardia giurata? Anche questo diventerà un tema che infiammerà il restante confronto-scontro Clinton-Trump. Al di là di scoprire se l’Omar della G4S abbia compiuto la strage per scelta  personale oppure obbedendo a un piano preordinato dell’Isis, resta in tutta la sua forze dirompente il fantasma del pericolo che circonda tutti: diventare potenziale bersaglio di potenziali attentatori.

Uno scenario che nella vita quotidiana occidentale può introdurre: la via del terrore diffuso; quella della difesa paranoica del tutti contro tutti, ben peggiore dei “Piccoli omicidi” descritti da Alan Arkin; o ancora una rassegnazione più profonda della “Sottomissione” di Houellebecq. All’orizzonte si prospettano passi forse peggiori della Patriot Act di bushana memoria e ulteriori rilanci d’interventismo statunitense sparsi per il mondo. Il terrorismo, specie quello che colpisce in casa, è giustificazione più che plausibile, ma partire dalle guerre in corso non presuppone spiegazioni. Prendiamo proprio l’Afghanistan dove il conflitto armato prosegue, pur con altri mezzi (aviazione e droni), in una fase di ‘smobilitazione’ e di passaggio alla Resolute Support Mission. A seguito delle reiterate difficoltà dell’esercito afghano e dei molteplici attacchi talebani per tutto l’inverno scorso fino a primavera inoltrata, con Mansour e dopo la sua recente eliminazione con Haibatullah, l’uscente Obama ha accettato di far riprendere le operazioni ai suoi  scalpitanti generali, anche prima dell’uscita dalla Casa Bianca. Potrebbero essere rilanciate le operazioni di terra, negli ultimi tempi gestite prevalentemente dai contractors non solo in azioni di pattugliamento. Quest’ultime diventano sempre più limitate proprio per l’espansione talebana e per l’incapacità delle truppe afghane di reggere lo scontro, com’è avvenuto a Kunduz nello settembre 2015 e di recente a Kabul.

giovedì 9 giugno 2016

Regeni: l’unica verità è l’omicidio di regime

Ricatti incrociati fra Intelligence interne, quella Nazionale e quella Militare, già in altre fasi in contrasto fra loro, sarebbero alla base della torbida vicenda che ha prodotto il crudele assassinio di Giulio Regeni. Lo ribadiscono in un articolo i giornalisti de La Repubblica (Bonini, Foschini, Tonacci) che hanno trascorso giornate al Cairo, sviluppando un’inchiesta parallela a quella effettuata a suo tempo dagli inquirenti italiani (lo staff di Pignatone). Quest’ultimi, per loro stessa ammissione, hanno più volte sottolineato l’assenza di collaborazione dei colleghi egiziani, lacunosi, omertosi, in linea con l’atteggiamento governativo di sviare per coprire responsabilità che restano comunque di Stato. E ammesso che la guerra dei Servizi ci sia, e c’è, e di conseguenza ci sono i contrasti di giurisdizione nello spionaggio e nel potere repressivo fra il presidente Al Sisi e gli apparati militari a lui vicini e sodali, e il ministro dell’Interno Abdel Ghaffar, con la struttura di Sicurezza Nazionale, ciò che conta al fine della verità mancante è la verità su un sistema di repressione. Ormai riconosciuto, anzi giustificato, dallo stesso establishment egiziano per garantire, così sostengono al Cairo, la sicurezza nazionale, evitando altre Rivoluzioni, filoislamiche oppure laiche.
L’ossessione di contestazioni e proteste dei lavoratori, delle ribellioni di piazza che potrebbero riprendere, pone ogni struttura coercitiva a costruire la sua rete di pedinamento supportata dai personaggi narrati di cronisti di Repubblica, reali mukhabarat o servili baltagheyah di cui sono state piene le vicende nei mesi della cosiddetta Primavera. Gli uomini che hanno di fatto torturato e ucciso attivisti locali, in circostanze che restano misteriose perché purtroppo non s’è creato un deciso movimento di pressione come invece sta sviluppando la storia del ricercatore friulano per opera di tante voci italiane ed estere. La nota stonata di queste ore, è il rifiuto opposto dalle autorità universitarie di Cambridge, di accogliere il desiderio di collaborazione rivolto loro dalla famiglia Regeni. Questo è un mistero nel mistero, che può rilanciare l’ipotesi di rapporti fra gli studi accademici di ricerca geopolitica e sindacale compiuti da elementi come Regeni e, ad esempio, l’Intelligence britannica. Un fattore S, che sta per spia, che può dar fiato a chi vede l’Egitto nel mirino di complotti internazionali, cosa con cui Sisi, Ghaffar e le loro cricche giustificano le nefandezze commesse dagli apparati (Nazionale e Militare) contro gli “stranieri sospetti”.

A nostro avviso il dato che davvero conta non riguarda chi abbia materialmente fatto torturare e uccidere Giulio, se i militari contro il ministro Ghaffar o gli agenti di quest’ultimo per mettere in difficoltà Al Sisi. I due, come altri politici del potere egiziano potranno pure combattersi a suon di cadaveri, per mesi è accaduto sotto la dittatura dello Scaf prima delle presidenziali del 2012 e anche dopo l’elezione di Morsi. Anzi fu quest’ultimo a prepensionare il feldmaresciallo Tantawi per aprire un nuovo corso con il giovane Sisi, che ovviamente non ha tradito la lobby di provenienza sino a conseguire il golpe bianco a discapito del presidente islamista, che aveva malriposto la sua scelta. Quello che deve interessare i democratici egiziani e d’altri Paesi è denunciare un regime che nel suo complesso, con lobbies e poteri forti pur in contrasto fra loro, fagocitano la vita interna ed esterna della nazione. La verità che il governo Renzi s’era prefisso d’inseguire riguardo a Regeni è una verità d’insieme che va oltre le responsabilità individuali, per inchiodare la colpa collettiva del governo del Cairo. Quando si parla di regime, com’è quello egiziano, la chiamata di correo è per molte figure. E Sisi, Ghaffar e altri dignitari della repressione sono tutti coinvolti.

mercoledì 8 giugno 2016

Istanbul, nuove bombe sul Bosforo

Autobomba e morti fra militari e civili. Dodici in tutto. Il copione, già visto in azione ad Ankara e Istanbul, s’è ripetuto per le vie della stella del Bosforo, nel quartiere di Beyazit, versante europeo. Uno dei luoghi più frequentati, oltre che dalla vivace vita locale, dai turisti che negli ultimi mesi sono paurosamente calati (meno 30% dicono le stime) proprio a causa del timore attentati. Un effetto simile a quello egiziano contro cui gli uomini duri a guida di quei Paesi mostrano un ghigno decisionista,  sostenendo di combattere il terrorismo. Lo fanno seminando un proprio terrore, rivolto contro l’opposizione, l’informazione e chi non li sostiene. Dopo deflagrazione e sangue il presidente Erdoğan ha incassato la solidarietà della Nato (Stoltenberg), dell’Unione Europea (Merkel e Hollande per primi) preoccupati per il clima d’assedio vissuto dalle grandi città anatoliche, ma per nulla coinvolti dall’altro assedio che da quasi un anno registra il sud-est turco. Una guerra intestina con tanto di sterminio della gente kurda, intere comunità, dai villaggi montani a città come Diyarbakır, messi a ferro e fuoco dall’esercito, coi massacri di civili che abbiamo più volte descritto. L’attentato di ieri non è stato rivendicato, ma il dito è puntato sulle ultime rivendicazioni, quelle d’un gruppo armato filo kurdo (Tak) e dell’Isis.
Entità diverse che la leadership turca (presidente e nuovo premier Yıldırım) assimilano nel discorso di lotta al terrorismo, un mantra che colpisce i kurdi più dei jihadisti, e la loro componente parlamentare e ancora legale, considerata fastidiosa dal partito di maggioranza quasi assoluta (l’erdoğaniano Akp). Proprio ribadendo il bisogno vitale di sicurezza nazionale l’esecutivo e la presidenza rilanciano il disegno di legge per cancellare l’immunità ai deputati sotto inchiesta, un progetto che  coinvolgerebbe 138 attuali onorevoli, fra questi 59 sono membri dell’Hdp, 42 del Chp, in totale 101 membri dell’opposizione che passerebbero dagli scranni alle celle. Tacendo o sottostimando i casi di corruzione e ruberie il patto di ferro fra magistratura compiacente e leadership istituzionale punta esplicitamente a colpire politici sgraditi che verrebbero esautorati dalle funzioni legislative. Come per i media epurati, l’epurazione del Parlamento rappresenta un ulteriore cammino d’un progetto reazionario incarnato dal personalismo autoreferenziale di Erdoğan che non trova ostacoli dentro l’Akp e tracima nel Paese. L’allarme lanciato da mesi da esponenti dell’opposizione democratica come Demirtaş, leader Hdp, uno di quelli che rischiano la galera, è l’azzeramento della democrazia, oltre alla memoria storica delle minoranze, kurda, armena o d’altra etnìa.
Poiché il processo segue percorsi tutt’altro che legali, ecco che chi vuol fargliela pagare a militari, parafascisti, islamisti reazionari riprende la via dello scontro armato. Chi segue dall’interno le vicende kurde sottolinea le diverse prospettive. La guerriglia del Pkk nei territori del sud-est, peraltro assediati, è ricomparsa massiccia in quei luoghi con centinaia di azioni, che prevedono agguati anche mortali contro i militari, per ribadire presenza e controllo del territorio, difesa della propria gente, riproposta d’un programma che doveva seguire altri sviluppi, col disarmo e la Road map proposta da Öcalan lasciate cadere dal presidente turco. Questi, quand’era premier, cercava d’imbonire la comunità e riceverne anche voti di consenso, poi ha imboccato altre strade. Sicuramente il quadro internazionale (crisi siriana) ha avuto il suo peso, ma la crescita di un’opposizione interna attorno al polo aggregativo del Partito democratico dei popoli e i suoi successi elettorali nel giugno e novembre 2015, ha convinto il sultano, transitato dalla guida del governo a quella della nazione, a cercarsi altri interlocutori. Vestendo i panni del padre della patria continua a pescarli fra i kemalisti liberisti nostalgici di Özal e i fascisti nostalgici delle stragi dei Lupi grigi e dei militari che pattugliavano le strade negli anni Settanta e Ottanta.
Un clima blindato favorisce questo gioco, eppure i Teyrêbazên Azadiya Kurdistan (i falchi kurdi) seguono un’altra logica. Quella del colpo su colpo che costringe il nemico, sia esso militare o politico di governo, o semplice elettore schierato con loro ad aver paura. Del presente e del futuro. Lo costringono a una quotidianità blindata, gli creano un deserto attorno proprio nelle città-vetrina diventate insicure. A lungo il gruppo Tak, nato una dozzina d’anni addietro quando il Partito dei lavoratori del Kurdistan era una realtà solida e combattente, è stato latente. Qualche azione agli esordi, tutte in grandi centri urbani. La ricomparsa è recente, data 2014 e 2015, con attentati sempre più clamorosi, rivolti ai militari ma che nello spazio cittadino possono coinvolgere anche i civili. Una tattica diversa dai militanti del Pkk. Una scelta collegata al ricordo e alla vendetta di quei bambini, quelle donne - tutti civili inermi - che il governo turco sceglie di massacrare dicendo di combattere il terrorismo e facendo capire che quel popolo è di per sé terrorista. Una scelta che pone tutti in trincea, ma secondo i “falchi” vendendo cara la pelle, uscendo dal ruolo di bersaglio designato e rovesciandolo. Sembra che tale logica, collocata sul piano d’una presenza esclusivamente combattente e vendicatrice, trovi seguito anche fra diversi giovani schierati col Pkk. Quanto fra le due formazioni ci sia collaborazione o concorrenza non è chiaro. Per l’establishment turco si tratta di terroristi, ma abbiamo ricordato come tutte le centinaia di vittime civili del sud-est anatolico vengano considerati terroristi nei palazzi di Ankara.

martedì 7 giugno 2016

Alì, uomo in cinque anni

Talvolta piange Alì Eshani nella stanza che lo ospita presso la romana Residenza universitaria de “La Sapienza”. Lui senza casa da quando aveva otto anni, ha avuto per tetto le stelle, il buio cieco, tende, sottopancia di camion nel suo viaggio verso la vita. Come milioni di fratelli, migranti legali e clandestini, profughi e rifugiati, ha conosciuto necessità e scoramento, disperazione e speranza, paura e coraggio. Una storia cruda apparsa ai suoi occhi di bambino a metà anni Novanta quando tornando a casa, in una delle case della periferia di Kabul, non la trovava. Credeva d’aver sbagliato strada, si sentiva straniato fra la folla accalcata attorno a un ammasso di macerie. Fu il fratello Mohammed a prenderlo per mano e svelargli la cupa realtà: la loro abitazione era quella polvere, quei calcinacci sconnessi. E sotto i sassi giacevano esanimi i genitori. Le ennesime bombe della morte avevano compiuto quello che tutt’oggi continuano a fare. A quel pensiero Alì si commuove, ora che può piangere solo di gioia per il percorso chilometrico e ideale che ha compiuto e l’ha reso adulto. Sembra una fiction a lieto fine, è la storia di vita di un turkmeno, adottato hazara, che ce l’ha fatta. A “volare via libero come un uccello” come gli ripeté per giorni il fratello maggiore per convincerlo a fuggire dalla capitale afghana. Otto anni lui, diciassette Mohammed, pochissimi denari raccolti fra amici e via prima verso il Pakistan, poi Iran e Turchia. Un tragitto durato cinque anni. Il tempo per crescere in fretta e scoprire i mali della terra e della gente. Varie persone, quelle che sfruttano i tuoi pochi denari per farti transitare da un confine all’altro. Quelli che per darti cibo t’assegnano lavori umilianti e che ti trattano male. Situazioni che conosciamo anche noi perché si ripetono e s’ingigantiscono da vent’anni. E non vogliamo vedere. Alì e Mohammed conobbero questa miseria dal 1997 all’inizio del nuovo millennio. Una brutta realtà con cui hanno fatto i conti. Ma c’è stato del buono. Come il kurdo di Istanbul, un uomo che fece da padre ai due fratelli, li nutrì, li ospitò, li aiutò. Nel mondo si può sempre scoprire una faccia sorridente e questa visione ottimistica è uno dei pilastri su cui Alì ha costruito un futuro che in partenza pareva nerissimo. L’altro suo punto di forza è la scoperta che il sale della vita è fare senza perdersi d’animo. Ovviamente non qualunque cosa, certamente quello in cui si crede, gli obiettivi che, passo dopo passo, ti prefiggi anche quando sei piccino. E se sei solo e sfortunato li insegui con maggiore volontà. Alì era un bambino quando Mohammed, il fratello che era stato con lui nei difficili anni del percorso fra nazioni e situazioni, gli disse “Ora provo questo passaggio (da Bodrum verso un’isola greca) su un canotto. E’ insicuro, non ti porto con me, è pericoloso”. “Io frignavo, non volevo che mi lasciasse - racconta Alì in un libro, perché ha realizzato anche questo – lui ribatteva: se tutto andrà bene ti telefono e organizzo il tuo arrivo. E mi mise in mano un cellulare che usavo inutilmente ogni mezz’ora. Per tre giorni aspettai quella telefonata e provai a farne. Il numero era inattivo, dopo scoprii perché. Chi aveva saputo del naufragio inizialmente non mi disse nulla, però io capivo che qualcosa non andava. Cominciai a pensare che se Mohammed non chiamava, quella morte che avevamo scampato in alcuni momenti forse se l’era preso”. “Cinque anni dopo la morte di papà e mamma, moriva anche Mohammed, avevo undici  anni, ero solo al mondo in Turchia”, s’emoziona e non può che piangere, rivivendo nei naufragi che proseguono la malasorte del fratello. Eppure in questa storia, resa positiva dal carattere di Alì, ci finiscono persone che fanno sperare nell’umanità: Bekir, il mercante del centro commerciale di Istanbul, sua moglie Nuragica, i loro figli, diventati una famiglia per Alì. Quindi Omar, un altro afghano di Kabul con cui tessé la via per la Grecia. Fu lui a convincerlo a riprendere il viaggio “Sei qui da un anno, ti vogliono bene però come clandestino non avrai futuro, resterai sempre solo il mescitore di tè. La vita può offrirti altro”. Profetico. Perciò via, sempre di nascosto, con l’ennesimo percorso periglioso, a rischio morte, perché il mare è più infido della terraferma. Uno zainetto con poche cose: un paio di mutande, una maglietta, un golf, dove si va si ricomincia sempre da capo. L’attesa, il mare grosso e la partenza rimandata al pomeriggio. 
Un passaggio con una barca, reso più “sicuro” dal trafficante di corpi. Il distacco dalla famiglia turca, i cuori di tutti infranti, la nostalgia e gli abbracci. In quella traversata Alì e compagni hanno davanti l’animo crudo dello scafista, se potesse li  lancerebbe con la fionda, ma “gli ostaggi sperano di comperarsi la misericordia dei carcerieri”. Poi l’onda enorme e le altre. La barca bucata a duecento metri dall’isola, il rischio di annegare perché, come molti, il ragazzo non sa nuotare. Un bidone di nafta vuoto è il suo galleggiante e la sua salvezza se non lo perderà, le sue braccia non sono forti. E arriva il miracolo della terra. Racconta: “Vedo altri fantasmi come me venirmi incontro, urlano, cantano, piangono dalla felicità. Arriva una motovedetta che ci punta addosso un potente faro. Non capisco le loro parole, deduco che non sia turco ma greco. Siamo passati”. Alì e gli altri sono sulla spiaggia di Lesbo, i primi interrogatori non glieli fanno dei semplici poliziotti, ma quelli rudi impiegati contro i delinquenti veri. Danno botte allo scafista, facilmente individuato, botte pesanti che cacciano il sangue. Quindi il trasferimento al Centro d’accoglienza, dove giunge un’accoglienza speciale di altri profughi tutti africani e nerissimi. “Non ne avevo mai visto di così neri” sostiene Alì. Sono contenti, ballano e cantano, dicono che entro tre mesi si va ad Atene, da lì in Europa e in qualsiasi nazione. Tutti parlano della Svezia come posto migliore, seguono Germania e Francia. A chi va male l’Italia. Nel centro c’è tensione, violenza, ma anche l’innamoramento fra l’afghano Ashtam e la palestinese Zaynat che vogliono sposarsi. E le povere e spesso sporche camerate  vengono trasformate dagli occupanti, tutti si fanno un’unica persona per ricordare questo giorno come la festa che merita di essere un regalo per gli sposi. In tanti sanno che quel matrimonio non ha valore legale, ma vederlo celebrare dall’interprete che parla arabo e persiano dà a ciascuno una carica particolare. La vita continua e con essa il viaggio della speranza, ora che Alì ha anche dei documenti messigli in mano dagli assistenti del centro, il ricordo di Mohammed l’accompagna ovunque, così lui ne cerca l’ipotetica salma fra certi corpi che riposano in collina, sotto sassi di fortuna, dove sono stati inumati gli sfortunati affogati quattro mesi prima. Certezza che uno di loro sia Mohammed, nessuna. Comunque se non è lui sono altri disgraziati come lui. Dalla tendopoli di Patra Alì spera di spiccare il volo in Italia, dentro o sotto un camion. Giunge ad Ancona una prima volta ma lo scoprono e lo respingono. E’ già accaduto ad altri, Alì lo sa e non si dà per vinto. Il viaggio che lo fa sbarcare a Venezia arriva, è il 2003 prosegue per Roma. Inizia a stare meglio, viene introdotto in una struttura per rifugiati, vive e studia presso la nota “Città dei ragazzi” vicino Civitavecchia. E quando tutto sembra tranquillizzarsi, dopo tante traversie, rincontra il sopruso. Alcuni impiegati gli rubano la borsa di studio ottenuta grazie agli ottimi voti. Alì sa chi sono i responsabili “ma questi stessi si guardavano sorridenti e pacifici, ed era come se dicessero: certo andate a denunciarci e vediamo a chi credono. Vediamo se mantenete il nostro letto qui da noi”. Imbroglio dopo imbroglio nel 2009 finisce al Centro Enea, nel quartiere romano di Boccea, dove lo incontrammo per la prima volta. Anche lì raggiri all’italiana, autori due capetti dell’Arciconfraternita che dichiarano il doppio dei rifugiati per incassare più fondi dal Comune, propongono pasti scadenti e talvolta scaduti tanto da far finire al Pronto soccorso i ragazzi ospitati.
Si chiamano Ferrara e Zuccolo, anni dopo risultano invischiati nello scandalo di Mafia Capitale orchestrato dalla coppia Buzzi-Carminati, sull’onda della massima che “rifugiati e rom rendono più della droga”. La scorza di Alì è dura per finire piegata da certe miserie, la sua volontà è di ferro. Dopo le scuole dell’obbligo s’iscrive alle superiori e si diploma a pieni voti presso il romano Duca degli Abruzzi. Quindi sceglie la facoltà di Giurisprudenza. I professori che l’hanno avuto per alunno gli restano amici, compagni di classe e colleghi d’Università altrettanto. Trova un nuovo padre putativo - ne ha avuti tanti, tutti meritati - in Giulio Currado, responsabile delle residenze universitarie, dov’è accolto in base all’ottimo profitto. 
Dopo la laurea breve, scrive assieme a Francesco Casolo il racconto di quanto ha vissuto, s’intitola “Stanotte guardiamo le stelle“, lo pubblica Feltrinelli. La sua storia non termina in quelle 261 pagine. Di pagine l’energico Alì continuerà sicuramente a riempirne per Mohammed, per i genitori, per i fratelli afghani, per tutti i piccoli profughi che, come lui, viaggiano per recuperare la vita.